Avevo un collega bizzarro ai tempi dell’università. Lo chiamerò Tavernello, per non svelare la sua identità. Veniva dal profondo entroterra siciliano, quel luogo privo d’alberi, brullo, ocra d’estate e verde d’inverno. Poco più che infante, attraversando quei posti, mi chiedevo quali svaghi esistessero per la gente che ci viveva. L’entroterra mi sembrava allo stesso tempo una prigione ed un paradosso. Perché vivere lì? Perché vivere isolati ma non accorgersi neppure di abitare in un’isola? Molti anni dopo Tavernello seppe colmare una buona parte dei dubbi. Ammise che molte erano la ragioni per vivere nell’entroterra siciliano e che la maggior parte le stava ancora cercando.* Ma fu fermo nel dirmi che quell’isola nell’isola aveva il potere tremendo di creare suggestioni irrazionali e che ciò che io chiamavo bizzarria nella sua persona era solo il riflesso di secoli di suggestioni e leggende isolane che facevano parte del DNA suo e dei suoi conterranei. E se vi parlo di tutto ciò il motivo è che proprio da una di queste suggestioni è nata in me una della più ricorrenti domande, ovvero “di cosa è fatta la materia?”**

La storia fu raccontata a Tavernello dal suo professore*** durante uno dei primi giorni di scuola

Si racconta che Guglielmo I di Sicilia, detto il Malo e figlio del gran Re Ruggero II di Sicilia, soffrisse fin da piccolo di problemi di stipsi. Ruggero, oltre ad essere uomo di gran cultura, era un padre affettuoso e soffriva nel vedere il figlio passare ore ed ore cercando di lenire le sue pene. Fu allora che il dottor di corte Pecchio di Lercara Friddi invitò l’agronomo di fama mondiale Duccio Lattuga affinché fabbricasse un tipo di alimento che potesse aiutare il delicato stomaco del principe Guglielmo. L’agronomo comprese subito che le alte temperature dell’isola erano alla base dei patemi principeschi. A causa del calore infatti gli alimenti creavano dei piccoli fili, si polimerizzavano ripeteva sempre Ser Lattuga, e creavano una specie di ragnatela nel tenue intestino del principe. Pensò allora che avrebbe dovuto creare un alimento che una volta processato dallo stomaco potesse attraversare senza problemi la rete creatasi nell’intestino. Si autorinchiuse nella torre d’Alcamo e lì dopo due anni di durò lavoro fu capace di sintetizzare una molecola verde. Mettendo insieme circa un migliaio di quelle molecole veniva fuori una foglia di colore verde intenso. Venne naturale chiamare quel nuovo alimento Lattuga, dal nome del suo inventore. Servito crudo o cotto, risolse il problemi del giovane principe che – come sussurravano le malelingue – poté finalmente uscire dai bagni reali per entrare finalmente negli agognati harem del suo palazzo.

Ho spesso cercato di immaginare la forma di queste molecole e la loro composizione, e non trovando risposte razionali, me le sono spesso immaginate semplicemente come formate da atomi non ancora conosciuti, gli atomi di Lattughio, uno di quegli strani elementi che prendono il nome dal loro scopritore. Le mie ricerche sulle molecole di lattuga si sono arenate da tempo, ma nel frattempo ho potuto studiare la composizione di tanti altri materiali. Questo grazie ad un tecnica inventata dal fisico svedese Kai Siegbahn nel 1954: la spettroscopia fotoelettronica a raggi X (o semplicemente XPS, dall’inglese X-rays Photoelectron Spectroscopy). Il principio è abbastanza semplice ed è mostrato nella figura in basso: il campione viene irraggiato da raggi X (meglio se monocromatici) i quali entrano nel materiale (e spesso se il materiale non è abbastanza spesso, lo attraversano). All’interno del campione i fotoni interagiscono con gli atomi, dando vita a due fenomeni: l’effetto fotoelettrico e l’emissione Auger (di questo ve ne parlerò meglio un’altra volta). In entrambi i casi un elettrone viene espulso dal materiale con una ben determinata energia cinetica, caratteristica dell’atomo da cui l’elettrone è stato espulso. L’energia di detezione dell’elettrone permette quindi di risalire all’atomo presente su una superficie.

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Chiaramente la tecnica non è utile solo per dirci cosa c’è e cosa non c’è, ma pure per sapere quanto di quella roba c’è e se ci sono particolari legami in superficie (per esempio degli ossidi di qualche roba), legami che troverai lì, sulla tua superficie, nonostante la polvere abbia deciso di coprirli a prima vista. Quei legami saranno come un tatuaggio, saranno lì pronti a ricordarti la storia della tua superficie.

Non so se un giorno la spettroscopia fotoelettronica a raggi X mi permetterà di raccontarvi la vera storia della scoperta del Lattughio, non so se davvero Pecchio di Lercara Friddi fu sì ardito da invitare a corte  l’agronomo Duccio Lattuga, e non so neppure perché vivere lì, nell’entroterra siciliano. Ammetto che, dopo anni, probabilmente qualche risposta l’avrei pure, ma preferisco non togliervi l’infantile piacere di interrogarvi. Preferisco pensarvi correre il rischio di trovarvi di fronte alle vostre domande come mi succede quando mi trovo di fronte ad un spettro XPS sconosciuto. Quello spettro dà un significato alla mia vita, io sono qui perché lui vuole essere analizzato. Mi pongo delle domande e analizzo ciò che mi circonda non per arrivare all’obiettivo, alla meta, non per capirne di più del mondo, ma semplicemente per non invecchiare. Parafrasando Rodrigo Fresan

Ho letto da qualche parte che durante la nostra infanzia ci facciamo mediamente trentatré domande per ora e con il tempo, la frequenza si rarifica poiché le risposte sono là, pensate da altri e pronte ad essere adottate da noi senza neppure lasciarci il piacere di interrogarci sul perché e sul come di ciò che ci circonda e ci confonde. Finiamo così per sottometterci alla certezza delle risposte degli altri e abbiamo la sensazione di essere vincitori mentre in realtà avremmo bisogno di lottare per conservare il rischio costante che rappresentano quelle nostre domande.

Tratto da Mantra

* Suppongo che non ne abbia trovate a quintali visto che pochi anni dopo fuggì non solo dal secco entroterra ma pure dalla schiumosa costa siciliana.

** Non che prima non mi ponessi la questione, ma dopo quel racconto, che vi racconterò a breve, divenne una vera e propria ossessione. Non c’è giorno che io non mi chieda di cosa sia fatto questo o quella cosa, dal pezzo di legno alla tastiera su cui sto sudando proprio adesso. E non c’è giorno in cui non mi renda conto che il 70-80 % delle volte la risposta è: atomi di carbonio e idrogeno.

*** Non ricordo bene se di chimica o etnoantropologia.