Settembre 1482: Solo ora trovo il tempo per raccontare la mia scoperta. Ero partito da qualche mese, al massimo anni dalla mia città, Scutari. Da qualche anno l’aria era irrespirabile in Albania, non avevamo più la libertà che Scanderberg ci aveva donato, e molti di noi partivano verso ovest, verso la civiltà che si diceva vivesse al di là del mare. Ci era stato riferito che al largo di Valona, a neppure due giorni di navigazione, cominciava il regno di Ferdinando I d’Aragona. Ma forse il nostro cartografo era solo un lestofante oppure le tempeste che ci colsero poco dopo la partenza ci avevano portato fuori strada; il risultato fu che navigammo per dodici giorni in cui maledimmo, a giorni alterni, i turchi e la nostra inesperienza marina. Arrivammo, non sapevamo dove, forse in India, ma arrivammo. Quello fu un giorno di grande gioia, e montammo il nostro accampamento, anzi montarono, io avevo il diritto di stare lì a guardare, ero il custode, una specie di prete,  del quadro della Madonna, quella dell’Elemosina, quella che, grazie ai miei inni, ci aveva portato fin lì. La sera dell’arrivo ci fu la festa più viva che io ricordi da quella della vittoria delle gole di Prizren. Ma il nostro capo, Gjon Blushi, soffriva le zanzare, che effettivamente furono molto eccitate dal nostro approdo; il risultato fu che il giorno dopo, ancora mezzi ubriachi (il vino era l’unica cosa che avevamo portato in grande quantità) smontarono le tende e io imballai alla bell’e meglio la nostra Madonna. Partimmo nel pomeriggio, verso la montagna nera, lì, diceva Gjon, non ci sarebbero state zanzare e soprattutto non si vedevano villaggi, insomma nessun pericolo di trovare turchi ad accoglierci. Partimmo nel pomeriggio ma ci fermammo ben presto perché una buona parte della compagnia cominciò a vomitare l’anima. Così Gjon mi pregò di levare la mia preghiera all’Elemosina affinché il suo aiuto ancora una volta ci permettesse di riprendere il cammino. Ero un eccelso cantante, un baritono dicevano, ed il mio canto arrivò senza problemi alla Madonna che mi rispose; seppi distinguere le sue parole dal gorgoglio del fiume riempito di vomito che vicino a noi scorreva. Ella disse: seguite l’arancione dei frutti spinosi, 20137212440lì troverete un monticciuolo che assomiglia ad uno scumuni*, vi dirò io dove fermarvi. Andate e bevete ancora del vino, chiodo schiaccia chiodo. Nulla potrà più fermarvi. Seguimmo il suo poco ortodosso consiglio, e in effetti dopo un bicchiere di vino, il nostro cammino riprese senza intoppi. Camminammo per tre giorni, seguendo il fiume, ci cibammo di portugalli dolci che qui e lì si facevano spazio tra prosperosi olivi. E pesce che non mancava nelle acque del fiume. Arrivammo ad un ponte di romana memoria e Gjon decise che era il momento di lasciare le acque del fiume e salire verso la montagna nera per cercare il monte scumuni. Effettivamente quei frutti rossi e spinosi cominciavano ad essere sempre più presenti. Oscillavano e sembravano muoversi, come ad indicarci il cammino da prendere, Gjon, non sapendo più che pesci prendere, decise di dare ascolto a Maria Elemosina e il nostro cammino si lasciò trasportare dal loro movimento. Mai scelta fu più corretta, in quattro e quattr’otto, fummo ad un monte che assomigliava ad uno scumuni. Ci saliremo domani, disse Gjon, adesso piantate le tende vicino all’ombroso fico, prendete i miracolosi spinosi frutti che colorano la campagna circostante e mangiate tutti. Questo è il cibo che la nostra Dama ha offerto in sacrifico per voi. Non sapendo come si chiamassero, Gjon prese a chiamarli fichi d’India. In effetti non sapevamo dove fossimo e in quel periodo chiunque partisse per mare pensava che sarebbe arrivato in India. Il seguito provò che molti avevano torto ma ciò che fu creduto indiano per un giorno lo rimase per sempre. Ebbi l’ordine di sistemare la nostra Madonna sull’accogliente albero di fico europeo. La festa cominciò di nuovo, poche gocce di vino finirono al suolo, molte nelle nostre bocche. Il risultato fu di nuovo lo stesso, un intero accampamento non più in sé, una notte di baldoria, un risveglio molto complicato per tutti, eccetto me. Rimasi a contemplare la nostra Elemosina. E fu lì che la mia scoperta fu finalmente libera. Vidi l’aer vibrare. Vidi il fico fremere nella calma notte. Vidi il suolo muoversi, le radici del fico nuotare nella terra. Vidi i rami del fico cingere in un affettuoso abbraccio la nostra Dama. Capii che non ero il solo a percepire il suono e le vibrazioni, il fico sapeva fare altrettanto,

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Da Gagliano, Mancuso & Robert, Trends in Plant Science, Volume 17, Issue 6, June 2012, Pages 323-325

capii che le piante possono effettivamente beneficiare di meccanismi meccano-sensoriali finora insospettabili.* Ne quantificai le caratteristiche. Le piante sembravano vibrare al ritmo di un senso comune evolutivo.

Ed in quel momento capì che il fico aveva scelto per noi, che Maria Elemosina aveva deciso per noi. Lì avremmo fondato la nostra nuova casa; lì saremmo morti. Un’unione tra il sacro e il profano che neppure Gjon avrebbe potuto dividere.  Un’unione tra il sacro e il profano di cui pensavo aver carpito il segreto.

 

*Gagliano, Mancuso & Robert, Trends in Plant Science, Volume 17, Issue 6, June 2012, Pages 323-325 (http://www.linv.org/images/papers_pdf/1-s2.0-s1360138512000544-main.pdf)