Prima di parlarvi del vero motivo per cui sto scrivendo, voglio soffermarmi su quella d, l’unica, che compare nel titolo. Ho fatto varie ricerche e come spesso accade c’è chi dice sì, la d ci vuole, c’è chi dice no, ci vuole solo prima di un’altra e. Ma qui voglio fermare l’animale del web che è in tutti noi, che è pronto a inviarmi l’articolo definitivo che risolve questo annoso problema grammaticale; la mia scelta è puramente poetica, e quando parlo di poesia penso alla musicalità, e per musicalità intendo qualcosa che si lega con naturalezza, che autogenera una manna, una amalgama che non può essere acquistata al supermercato. Ecco la d rappresenta l’amalgama. La d ti permette di pronunciare e ripetere ”ed il tramonto” socchiudendo gli occhi ed imitando la mano di un direttore d’orchestra mentre estasiato si fonde con una qualsivoglia stagione di Vivaldi. La morte della d avrebbe dato vita ad un ritmo sincopato, meno fluido, più irruento. Non dico che non ci sia poesia nel disequilibrio, ma è una poesia diversa, da cui ti lasci prendere a cazzotti. Io parlo invece dell’altra poesia, quella da cui ti lasci trasportare. Ecco quella d è per me è poesia fluida. La stessa poesia per cui spesso ci sentiamo in dovere di attendere che il sole cali, che s’immerga nelle acque del mare, che diventi liquido e si spenga letteralmente nelle acque, insomma che crei quella musicalità tipica del tramonto. Ed era (qui la d ci sta anche per gli insensibili alla poesia e alla musica) quella musica che ero andato a cercare dopo quell’infinita giornata di lavoro. I miei piedi erano bagnati da onde impertinenti e il mio corpo era abbandonato su un bagnasciuga roccioso. Le gambe poggiavano su piccole cozze che di comune accordo con la schiuma marina mi procuravano un piacevole effetto esfoliante sulla mia pelle. Non so quanto le cozze apprezzassero il lezzo e il peso del mio corpo, ma mi ero detto di attendere una loro esplicita protesta prima di abbandonarle. In fin dei conti le loro vicine di casa stavano sopportando un peso ancora maggiore. Una donna lardosa di mezza età stava a poco meno di un metro da me, e si sfregava con insistenza su quelle piccole cozze, di tanto in tanto spezzandole. La signora sfruttava l’effetto esfoliante delle cozzette sperando che quest’ultime si nutrissero della sua buccia d’arancia. Ogni tanto la signora si voltava verso di me, e mentre si lisciava i capelli, di tanto in tanto se ne attorcigliava qualche ciocca all’indice oppure si grattava la testa, ma non come se avesse le pulci, era piuttosto un massaggio grattante, non erano le unghia a toccare la cute ma i polpastrelli; voleva forse apparire sexy, e lo era, ma io mi ostinavo a ignorarla. Mi dava fastidio che una signora di mezza età e lardosa riuscisse a sembrare così sensuale, io in gioventù ci avevo provato quando andavo in discoteca, ma il mio capello lungo ondulato-intrecciato intrappolava le mie mani che a questo punto sembravano piuttosto dei rozzi denti un pettine. Insomma il solo risultato positivo non era un guadagno di sensualità ma un bonus simpatia (forse nato da un’iniziale pietà) dal momento che finivo sempre per scimmiottare un mio amico riccio riccio, che lui sì che ci riusciva. Ma non ci riusciva sicuramente come la signora di mezza età lardosa (a cui fra poco darò un nome, anzi glielo farò dire proprio a lei). Adesso a ripensarci bene, forse non mi infastidiva il fatto che mi attirasse sensualmente o l’essere invidioso della sua maestria, ma piuttosto il fatto che mi distogliesse dal vero motivo per cui mi trovavo ancora, nonostante il languore sempre più galoppante, sulla battigia: il tramonto.
“Attendez-vous le coucher du soleil?” mi chiese.
Non solo mi perturbava con la storia dei capelli, ma aveva pure capito il motivo per cui stavo lì. M’infastidii ancora di più e cercando di spezzare sul nascere la discussione dissi atonicamente:
“Bah oui”. Ma mi ero illuso, quando si cerca compagnia anche l’indifferenza è un buon pilastro per costruire solide fantasie.
e continuò
“Je suis Léonie, enchantée” e mi porse la mano.
Era un’intrusione bella e buona nella mia vita, ma cosa potevo farci? Sputargli in un occhio? Ci provai, soffermandomi lungamente sulla o quando risposi:
“Marcò”, e abbozzai nella mia testa un sorriso che probabilmente non arrivò neppure alle mie labbra.
“Italien ?… Tous les italiens sont barbus ! En plus vous avez un gros nez, c’est claire que vous êtes italien !… Vous faites quoi ici … à Marseille ?… Vacances ?… … L’eau est magnifique, n’est pas ?… J’aime venir ici à la Fausse Monnaie car il y a pas d’enfants qui crient et les petites moules sont une panacée pour ma cellulite !”
Ad ogni frase si fermava per qualche istante, sperando che intervenissi e rispondessi a qualche sua domanda. Ma io esitavo e la lasciavo parlare.
“En tous cas, moi j’aime plutôt l’aube”. Ecco fatto, quella discussione che oramai non avrei potuto arrestare, stava seguendo pure dei binari che non amavo, ovvero quelli della disputa dicotomica: Jordan o James, Messi o Ronaldo, Israele o Palestina, mare o montagna, Ken Shiro o Raul, slip o boxer, carta igienica up o down. Mannaggia a te, o Aristotele, e al tuo tertium non datur!*
Avevo tre scelte per risponderle: assecondarla, contraddirla e non schierarmi.
Avrei pure potuto alzare i tacchi e andarmene, ma in tal caso non avrei potuto osservare il tramonto per il quale mi trovavo lì.
Pensai che assecondandola sarei riuscito a tagliare la discussione e soddisfare il mio bisogno crepuscolare. Risposi: “En fait moi aussi.”
E lei “Pourquoi ?”
Ed io “Je sais pas.”
Quelle tre parole riuscirono dove il mio silenzio aveva fallito. I dieci minuti che mi separavano dalla morte del giorno furono una calma attesa.

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Scomparso il sole, salutai velocemente Léonie e tornai a casa pensando che in effetti avrei dovuto dare una possibilità all’alba. L’indomani mattina mi svegliai che le luci della città erano ancora accese; presi la bici e nell’aria piccante del mattino andai verso il mare.
Il mare piatto mi fece subito accorgere che qualcuno nuotava energeticamente.
Ebbi solo il tempo di sedermi che il nuotatore uscì dall’acqua, chiaramente, come tutti voi vi aspetterete, era Léonie. Quando mi vide, mi venne incontro e si sedette accanto a me, senza parlare.
Qualche goccia solcava il suo viso, ci misi un po’ a capire che erano lacrime. Guardammo l’alba uno accanto all’altro. Dopo si alzò, prese qualcosa dalla sua borsa e ritornò verso di me. Mi porse una lettera e se ne andò. Aspettai che scomparisse dietro l’angolo, aprii la lettera e cominciai a leggere le poche righe:
C’est ici que j’ai passé les derniers moments avec mon mari. C’est ici que je cherche des réponses. Chacun devrait avoir une bonne raison pour venir ici. Demain matin, quand tu seras la, n’oublie pas que ce moment est à toi, que à toi. Je parle de l’aube. Autour de toi je ne vois personne. Tu es seul et c’est seulement dans ces moments que tu peux te sentir vraiment en connexion avec le monde et la nature. Mais sache qu’il faut faire des efforts pour comprendre, pour avoir tes réponses ; moi je viens ici, je me reveille tous les jours qu’il fait encore nuit, été comme hiver, pour regarder ce que j’ai déjà vu mais que je n’ai pas encore saisi. C’est pour ça que j’aime l’aube, elle me rappelle tous les jours que j’ai pas mal des choses à apprendre, que je cherche encore pas mal de réponses, qu’il vaut encore la peine se réveiller le matin, que j’ai beaucoup de chemin à faire.
À bientôt Marco et bonne vie
Léonie.

Tornai il giorno dopo all’alba, in quel luogo, per incontrare di nuovo Léonie, e ancora molte altre volte, ma infine dovetti rassegnarmi all’idea che quell’unica ultima alba che ci godemmo insieme rappresentò, senza sapere il perché, il tramonto del nostro effimero rapporto.

* Non so se lo avete notato ma ho terminato il mio elenco con la carta igienica e non a caso. Penso che queste battaglie ideodicotomiche raggiungano il suo più alto parossismo proprio quando si parla dell’atto defecativo e di ciò che lo circonda (la carta igienica per esempio). Ciò che è intimo e allo stesso tempo democratico non dovrebbe essere oggetto di una discussione, essendo solo la più sfrenata libertà la sua vera padrona. Molti di voi penseranno che il gesto quotidiano più intimo e allo stesso tempo democratico dell’uomo sia dormire. Non sono d’accordo e la ragione è semplice. Quel gesto non è cosciente e quindi la sua presunta intimità e democraticità non sono volute, quando dormiamo ci siamo ma non troppo, ricordiamo spezzoni di vita nei sogni, ma la consistenza non è palpabile come nel caso dell’atto defecativo, gesto con il quale siamo costretti a confrontarci più o meno giornalmente. Forse non vi sembrerà strano pensare Trump o Merkel mentre evacuano, ma è chiaro che Madre Teresa di Calcutta, Megan Gale o chessoio Roberto Bolle non possiamo immaginarli seduti sul trono. Dopo anni di riflessioni sono riuscito a convincermi del contrario e forse una buona parte del merito lo devo ai periodi passati nella casa di montagna di mio cugino. Sua nonna un giorno aveva ben pensato di comprare una tavoletta in ceramica con su scritto:

Saranno grandi i papi,
Saranno potenti i re,
ma quando qui si siedono
son tutti come me.

e di porlo sopra il gabinetto. Avrò letto centinaia di volte quegli 85 caratteri (spazi inclusi), quando decidevo di annaffiare il gabinetto piuttosto che la terra. Non posso non pensare che la mia idiosincrasia per la gerarchia sia nata proprio lì. Sia nata per l’appunto da quest’oggetto fatto dall’uomo per renderci tutti uguali. Un oggetto che ti denuda degli abiti che ti hanno reso monaco, un oggetto che omogeneizza, un oggetto che non viene mai abbastanza apprezzato, un oggetto di cui non si deve parlare, un oggetto che provoca il riso, un oggetto che induce vergogna, ma che è anche la soluzione contro l’imbarazzo, un oggetto che dovrebbe essere venerato, un oggetto che si sporca giornalmente per noi, per ricordarci intimamente che siamo tutti uguali.