Tommaso Fattori è stato portavoce del Social Forum di Firenze nel 2002 ed è membro fondatore del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua e della Rete europea dell’acqua. Attualmente è presidente della Commissione per le politiche europee e gli affari internazionali nel consiglio regionale toscano.

Le considerazioni riportate di seguito – apparse sulla rivista Left lo scorso Luglio – mi sembrano riassumere in maniera sintetica e programmatica gli ultimi due decenni di lotte e rivoluzioni, italiane e non, disegnando una geografia a macchia di leopardo composta da un’eterogeneità di movimenti, tutti accomunati dalla lotta per la difesa del Comune. Si possono inoltre intravedere le possibili linee tematiche su cui impostare le lotte future, riorganizzando concretamente una Sinistra nuova, capace di superare la rigida impostazione partitica e “far germogliare” i semi piantati dai tanti movimenti.  


Quando ripenso a Genova 2001, malgrado la morte di Carlo, la Diaz e le torture di Bolzaneto, non mi torna alla mente un quadro apocalittico, né una bruciante sconfitta, ma un’esperienza collettiva straordinaria, una palla di neve che ha innescato una valanga di partecipazione di dimensioni eccezionali. Nacquero Social Forum in tutte le città, dove rompemmo i vecchi confini della sinistra e persino i boy scout discutevano di Fondo monetario internazionale, WTO, debito illegittimo. Genova non fu una manifestazione della sinistra antiberlusconiana, ma la condensazione di un movimento planetario che voleva imprimere alla globalizzazione una direzione diversa: non eravamo, non siamo, no-global, ma altermondialisti. La risposta fu omicida e violenta, fu la macelleria messicana e la sospensione dello Stato di diritto, tuttavia i protagonisti di quelle giornate non sono i poliziotti, Canterini, Fini o Scajola, ma un “movimento dei movimenti”, che veniva da lontano e che sarebbe andato lontano. Venivamo dalla contestazione al World Trade Organization a Seattle, e abbiamo costruito il Forum Sociale mondiale di Porto Alegre, il Forum Sociale europeo di Firenze, gli incontri internazionali sul clima, il movimento contro la guerra, il movimento dell’acqua, leggendo, studiando, lottando assieme a persone di tutto il mondo, ritrovandoci in campeggi con decine di migliaia di attivisti, per poi tornare nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, in una continua mescolanza fra battaglie locali e campagne globali, “pensando globalmente e agendo localmente”.

Abbiamo connesso pianeti prima non comunicanti, i contadini o i Sem terra brasiliani e i lavoratori dell’immateriale, fondendo la campagna contro la brevettazione del vivente e quella contro la privatizzazione delle conoscenze. I movimenti per il software libero si sono alleati con le reti per l’agricoltura contadina e la filiera corta. In quegli anni abbiamo gettato i semi di quel che si è sviluppato in seguito, in mille forme: dalla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, che ha portato al vittorioso referendum sull’acqua del 2011, fino alle battaglie per il clima e la biodiversità, le energie rinnovabili e il superamento della (in)civiltà del petrolio. Se oggi è finalmente scontato porsi come obiettivi l’economia circolare e “rifiuti zero”, lo dobbiamo alla semina di allora.

Parlavamo di azzeramento del debito illegittimo dei Paesi poveri, adesso anche di audit del debito dei Paesi ricchi. E il nostro slogan di Genova “voi G8, noi 6 miliardi” non è forse la radice di “noi 99%, voi l’1%”, lo slogan di Occupy Wall Street e degli Indignados? Oggi esplode il nodo della mancata redistribuzione di una ricchezza sempre più polarizzata, della finanziarizzazione dell’economia, del dominio di multinazionali in grado di mettere gli Stati in competizione fra loro, ed è la destra che sbaraglia il campo e scatena nuove cacce alle streghe, dove i migranti diventano i capri espiatori di un’ingiustizia sociale di cui non hanno alcuna colpa.

Era una strada segnata? No, non lo era, e ci sono molti semi di allora che sono stati fatti morire nel terreno, per cecità di buona parte della cosiddetta “sinistra”. Se le proposte che discutevamo al Forum Sociale europeo di Firenze si fossero tradotte in politiche, oggi l’Europa non sarebbe immersa nella profonda crisi in cui si trova. Chiedevamo una Costituzione continentale che avesse a cuore un nuovo welfare universale e diritti sociali, che impedisse il dumping fra gli Stati membri; chiedevamo la democratizzazione delle istituzioni europee e una Banca centrale europea prestatrice di ultima istanza, la mutualizzazione del debito, la riduzione del potere e delle dimensioni del settore finanziario e l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie. Con anticipo discutevamo di nuova finanza pubblica, parlavamo di beni comuni e servizi pubblici, mentre un coro quasi unanime inneggiava alle privatizzazioni e glorificava le magnifiche sorti e progressive dei mercati, a partire dal più puro  fra essi, quello finanziario. Lo abbiamo fatto imponendo per anni la nostra agenda nel dibattito pubblico, di fronte ad un centrosinistra che si rivelò sordo e incapace di cambiare natura, avviandosi verso l’abbraccio definitivo con il liberal-liberismo, il competitivismo e il darwinismo sociale. Ma tanti semi del “movimento dei movimenti” sono nel frattempo diventati piante e, prima o poi, saranno un bosco.

 

Tommaso Fattori