Il verde brillante aveva poco a poco perduto la sua lucentezza e la sua densità. Il treno adesso correva sul pendio del colle ormai quasi glabro, avvicinandosi verso la valle. La sua piattezza sembrava quasi irreale e indifesa, minacciata dagli alti colli che l’attorniavano con sparute soluzioni di continuità. Avezzano non era lontano ed ero ormai sicuro di rivedere di lì a poco la via per la Capitale. Ancora una fermata, Celano. Il Minuetto sembrava divorare la pianura (del Fucino) lasciandosi indietro solo polvere e ricordi. Stavo seduto leggiucchiando un opuscolo sugli orsi marsicani che qualche turista altruista aveva lasciato sul sedile. Era forse la terza volta che lo leggevo, e adesso contavo i pixel di una orribile foto di ciò che presumo fosse un’orsa intenta nel mangiare delle bacche selvatiche. Ma funzionava ancora da riparo contro lo sguardo del Tizio seduto davanti a me, impaziente di trovare conforto alla sua noia. Ero sicuro che prima o poi avrei commesso l’errore e un riflesso sulla sua testa calva e lucida mi distolse dall’orso marsicano ed accelerò il destino. Bastò un instante, un piccolo instante ed il tizio tenne a presentarsi:
Piacere, Caio.
Ebbi una, per me innaturale, prontezza di spirito e risposi con una voce falsamente più gutturale della sua:
Il piacere è mio, Sempronio.
Me stai a cojonà?,
mi rispose. La sua faccia rude mi suggerì che forse non valeva la pena continuare l’ironia, ma visto il mio tentennamento, Caio intervenne, credendo nella mia buona fede:
Vabbè, famo che te chiami Sempronio. Da dove vieni vestito come n’pagliaccio?
Avevo dimenticato di dire che ero andato in Abruzzo per fare un giro in bici e avendo preso un treno al volo a Chieti, non avevo avuto il tempo e poi la voglia di rendermi più presentabile. Questo forse, più che aver incrociato lo sguardo di Caio, era stato il mio più grande errore. Se non avete fatto mai fatto un viaggio in bici è bene che sappiate che non sarà un buon progetto ascetico: una strana forma di masochismo empatico e di empatia masochista* porta la maggior parte degli automobilisti a clacsonarti, ad incitarti o a canzonarti, insomma a provare del masempatismo; i motociclisti sentono di far parte della vostra stessa comunità e quindi non possono che farsi sentire vicini, spesso un po’ troppo; i pedoni, quelli, sembrano che aspettino solo te, e magari aspettano davvero qualcuno come te. So che chiamare pedone qualcuno che sta seduto su una sedia in vimini per 365 pomeriggi l’anno (meno i pomeriggi di pioggia e quelli di malattia) non è propriamente il sostantivo corretto, dovrei forse chiamarlo sedone. In ogni caso è sicuro che essere un pedone/sedone ti rende affamato e divoratore della vita altrui: vogliono sapere tutto, vogliono sapere da dove vieni, dove vai, perché qui, perché lì. Gli unici che sono indifferenti sono gli altri ciclisti. Ti degnano di un impercettibile gesto della mano o del naso, mostrando tutta la loro insofferenza per avere affrontanto le loro strade con qualche chilo in più di loro. Ma tornando a Caio, rassegnato al ciclico fato, cominciai a raccontargli del mio viaggio in bici.
Ammazza oh, tutta sta strada te sei fatto?!
m’interruppe Caio, che non avevo manco finito la prima tappa. Ma la domanda era piuttosto un’affermazione; apparentemente soddisfatto dal mio inizio di viaggio, ci tenne a raccontarmi il perché della sua presenza davanti a me:
Io c’ho na casetta a Opi, me ne vado lì d’estate, quanno a Roma nun se respira. Sai, so de Malagrotta, certi giorni, quando c’è vento, nun posso tené manco le finestre aperte. Glielo detto a mi moglie de compra n’condensatore, ma non ne vole sapé … co sta storia der grobar vornig. Ao, a me me stanca stare ner paesello. Sì, è carino e me sento pure n’intellettuale. So dei poracci, quei vecchiarelli, posso stare pe ore a raccontaglie storie e li occhi gli continuano a friccicà. Però dopo qualche giorno er verde me disturba, er silenzio è un polpo alla gola e così lascio mi moglie ar paesello e con la scusa delle piante sur barcone torno a Roma. Quest’anno aveva pure deciso de comprà gli annaffiatoi a goccia, sai quelli che glie metti la bottiglia de prastica. Per fortuna c’abbiamo pensato troppo tardi e nun l’avemo trovati. Tutti finiti. Ma me sa che l’anno prossimo me frega e ci pensa per tempo, me devo trovà n’artra scusa. E ora ndo’vai?
Torno a Roma, la mia ragazza è di là,
faccio io.
Allora fai come me, però ar contrario. Ma che ce trovi de bello nela terra, neli alberi. Io so solo che per colpa di quei pini c’ho pure …
Una brusca frenata del treno fece rimanere le parole in canna a Caio.
Ma che sta a succede? Virginia se n’cazzata perché parlamo de pini?
Ci alziamo e cerchiamo di affacciarci entrambi al finestrino. Mi fa
Spostate, guardo io.
Lo faccio fare. Mi dice
Ce sta della gente co dei cartelli. Me sembrano i cobas del latte, anzi so sicuro. Passame gli occhiali, stanno nella tasca davanti dello zaino.
Comincio a frugare nella borsa sconosciuta di questo sconosciuto, finché non trovo gli occhiali, che gli porgo sulla sua mano fremente. Dopo averli inforcati repentinamente, mi fa:
Ce sta scritto “Il Fucino ai fucinensi”. Ma guarda te sti poracci.
e guardando la valle sottostante.
e chi va toglie sta tristezza! N’artro dice “Fuori i neri dal Fucino”, ma uno pe i Rom nun ce l’avete?,
grida ridendo sguaiatamente. Mi guarda cercando complicità, io ricambio con uno sguardo di disapprovazione, che interpreta malamente.
Ao Sempro, nun me guardà così, pure a me me rode er culo. O so che voi anna a scopa co a ragazza tua. E speriamo che nun me fanno arrivà tardi al poker dar Bufalo.
e gridando verso la protesta:
A manica de burinotti ve potete spostà de 20 metri? Nun ce ne frega n’cazzo della vostra valle.
e guardandomi:
Fa bene er ministro a non fa venì i barconi, armeno nun c’avemo sti cazzi da risolvere.
e di nuovo verso loro:
Vabbè l’amo capito, mo vado ar Viminale e jo dico io a Sarvini, ma levateve. E vedete de spicciavve sennò ve do du pizze n’faccia!
Per tutta risposta un oggetto colpi il finestrino del treno dal quale Caio era affacciato.
Me cojoni!!! M’anno preso a capoccia. Mo scenno e je faccio er culo.
Il sassolino che non lo aveva colpito lo autorizzò a forzare la porta del treno e andar a cercare gloria personale. Corse verso un uomo isolato e tarchiato, stimando che il sasso era partito da lì, o semplicemente che di lui poteva avere ragione facilmente. Dopo qualche parola, cominciò a spintonarsi, ma gli altri presunti cobas del latte non lo fecero fare indisturbato. La zuffa partì di lì a poco. Uno schiaffo gli fece volare gli occhiali, un pugno lo colpì poco dopo all’occhio sinistro. Caio soccombeva e la masempatia mi costringeva a guardare sconvolto ed estasiato la zuffa. Il parapiglia fu la goccia che fece traboccare il vaso. I carabinieri, fino a quel momento guardinghi ma spettatori, decisero di entrare in azione. Le loro mitragliette cominciarono a sparare per aria inaspettatamente. L’effetto fu di disperdere le folle immediatamente con un bollettino medico che parlava solo di qualche ferito più o meno grave, colpito da pallottole vaganti o travolto dalla folla. Solo Caio non si disperse, ma frastornato cercava di ricomporre ciò che restava dei suoi occhiali. Caio aveva accelerato la risoluzione della pratica protesta ed ormai il treno aspettava solo il suo eroe per ripartire. Con un occhio nero, tornò sul treno dove tutti lo accolsero con un emozionante applauso. Un tipo aveva anche preparato un cartello bianco con una scritta nera “W Caio, Abbasso i neri e i Cobas del latte”. Pensai di essere su Scherzi a parte. Entrò esultando quasi come un Rocky de noiatri, si sedette davanti a me e mi guardò con un sorriso fiero, in attesa di ricevere un complimento, io annoiato mi appoggiai al bracciolo del sedile, socchiudendo gli occhi…

Ao Aziz, o vedi come sta a schiumà er ciclista?,
questa frase mi svegliò definitivamente dal dormiveglia e aprì gli occhi accecato da un sole agostano. L’uomo nero che stava davanti a me, Aziz probabilmente, mi fece:
Puoi dormire, ci vole un’ora, non stamo ancora a Marcellina, vero Caio?.
Ma che Marcellina, Aziz, che Marcellina, magari fosse. Semo partiti ora da Tagliacozzo, Aziz. Speramo solo che er Bufalo m’aspetta!

* Non so se definire tale sensazione come un miscuglio 50-50 di empatia e di masochismo, o di empatia punteggiata di masochismo o ancora di masochismo a bagnomaria in un lago di empatia. Provate a mettervi su un macchina e andare a cercare qualcuno che fa un giro in bici magari su qualche strada di montagna. Sono sicuro che proverete questa sensazione.