Sul crinale mi destreggio come un acrobata un po’ goffo, piede dopo piede, ai lati voragini di massi disordinati e tracce di ultima neve estiva.

Pochi passi mi mancano dalla vetta del Rocciavrè; la scalata non è certo difficile, ma i  venticinque chilometri e i tremila metri di dislivello odierni cominciano a farsi sentire; la fatica non mi osteggia ancora ma ogni piccola distrazione può avere conseguenze spiacevoli. Tengo alta la concentrazione.

Raggiungo finalmente l’immancabile, vetusta, banale, croce che in cima mi attende immobile. Sospiro e miro tutt’attorno col solito sublime stupore mai sazio di vertigini tremolanti, distese di vuoto e piramidi di roccia. Da lontano la maestà del Monte Rosa,  il piccolo artiglio del Cervino che fa capolino e poi tutte le vette ormai a me familiari della val Susa, il cono armonioso del Rocciamelone, la Cristalliera proprio qui accanto, più in là il gruppo della grand’Hoche, in lontananza il Barre des Ecrins sulle Alpi francesi (ma le montagne hanno confini? O sono i nostri limiti di piccoli uomini a sentirne la necessità?) e ancora il Re di Pietra lì dietro ammantato di un corolla di sfilacciati altocumuli; scorgo pure il lago del Moncenisio incastonato e placido.

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A poco a poco, però, immagini diverse incominciano a scorrere nella mia mente stanca, sovrapponendosi alle montagne intorno, un flusso rapido e continuo mi conduce lontano facendo da contraltare a questo maestoso panorama:

Mi si spalanca allora agli occhi il crepaccio che inghiottì Hermann Buhl

e poi la valanga che spazzò via Gunther Messner

 la corda marcia che si burlò di Kukuczka

ancora, in un crescendo vorticoso che adesso si astrae dall’ambiente per diventare universale, penso alle morti che strapparono via con crudeltà e risolutezza  esistenze tormentate e, che più di ogni altre, hanno scalfito indissolubilmente il mio immaginario:

sento il puzzo di vomito che soffocò Jimy Hendrix

il pugno che fece saltare la faccia a Jaco Pastorius

immagino il proiettile che albergò tre giorni nel cuore di Van Gogh

le ultime dosi che raggelarono una volta per tutte il sangue di Pantani e quello di Paz

il cappio che si prese l’ultimo respiro di Chris Cornell

le ferite sul costato di Cristo-Guevara disteso su di un freddo marmo mantegnesco

la cancrena che si mangiò a poco a poco le membra di Rimbaud

la febbre che riuscì infine ad essere più focosa dell’indole di Caravaggio

il fegato disintegrato di Jack Kerouac

adesso in una trance da obitorio trasfigurato ripenso ad altre morti vicine ed altre più distanti…mi astraggo sempre più, da quassù è facile; ci si lascia andare ad esami profondi; i pensieri di fanno assoluti in alta quota, il cielo è troppo vicino, la città troppo lontana e l’immanente cede spazio al trascendente

Penso allora al senso della morte

e al senso della vita

indistricabilmente congiunti

la vacuità dell’essere

l’inutilità delle sue azioni

il suo compimento e il suo non-compimento

l’inadeguatezza della mente

e quella ancora più grande delle parole

Pensieri senza risposte

che lenti scivolano per i diedri e i canali di roccia

qualcuno rimbalza su qualche angusta cengia

ma poi riprende più forte la sua caduta

D’un tratto rumori sordi di pietre calpestate: uno stambecco appeso sul precipizio con fili invisibili mi rivolge di sbieco il suo occhio spento ma fiero, rivolgendomi parole eteree:

‘Straniero, cosa cerchi tra questi massi disgiunti?’

La sorpresa mi rende muto, non rispondo; lui, allora, continua:

‘Guardo te e mille altri ancora salire su questi monti intenti a scorgere responsi tra le linee sottili e gli orizzonti lontani, ma dimmi, cos’è davvero che vi spinge fin qui? è così brutto lì più in basso?

qualche istante, poi prendo coraggio:

‘Beh, non saprei dirti davvero, credo che sia uno slancio verso l’ignoto a portarci verso il cielo. La banalità delle nostre azioni quotidiane, il fluire incessante di una vita già scritta per alcuni di noi sono un fardello troppo pesante da sopportare. E allora forse ci illudiamo di trovare quassù qualche indizio, una prova del…’

‘Eccone un altro che rigurgita esistenzialismo da tutti i pori! si qui la vista è bella, nulla da eccepire ma a parte quella qui troverai solo massi, qualche raro fiore, un pò di neve ed erba che ci mette poco ad appassire’

‘Ma l’aria limpida, il silenzio, la quiete…qui riesco a stare, seppur per poco,  in pace con me stesso!’

‘Si, ma dopo un poco ci sia annoia, fidati’

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‘La verità è che guardo quell’ammasso indistinto e confuso di case: è la città in cui vivo, la so brulicare di gente, penso alle loro esistenze monotone, il loro fluire da una vetrina all’altra, da un caffè ad un altro tra una finta risata sguaiata e un sorso di cocktail annacquato,, tra una carriera da inseguire e la noia da scongiurare…’

‘Ti credi migliore di loro?’

‘beh no…o forse si…non so; probabilmente mi sento solo diverso, non ne condivido il modo d’agire, bulimico e acritico, impunito e volgare, un continuo horror vacui che li riempie di inutili oggetti materiali; ma sai, un po’ l’invidio: in fondo questa mia latente insoddisfazione cosa mi ha mai portato di buono, questo rincorrere ed annaspare alla ricerca di qualcosa che poi non c’è, di un senso che alla fine giustifichi le mie azioni; crucciarsi tanto in fondo non serve a niente se di risposte poi uno non ne trova comunque; irrequieti, però, si nasce e l’anelito di terre sconosciute uno se lo porta dietro per sempre’

‘Guardando oltre al cielo si finisce per perdere il contatto con la realtà. E’ spesso nell’effimero che si trovano frammenti di piacere. Qui ad esempio tra cieli tersi, declivi incontaminati , germogli di ginepro, licheni e  rododendri odorosi è quando mi capita di trovare un pò di sale, lasciato li da chissà chi, che il mio corpo esulta e che la mia anima per qualche istante trova rimedio all’angoscia del tempo’

‘Quindi i mille filosofi e poeti, avventurieri e pensatori ci hanno capito poco e niente, il sale della vita sta nel caduco e transitorio?’

‘Il tempo stringe e non sta a me, povero artiodattilo di alta montagna, emettere giudizi o sentenze, posso solo dirti:  non cercare il senso delle cose, cercane le sensazioni.

Come apparve così sparì danzando sugli strapiombi.

Mi scuoto. E’ stato tutto reale o l’ossigeno rarefatto e la fatica hanno stuzzicato oltremisura la mia immaginazione? è tardi per stare li a rimuginare, il sole ha quasi ultimata la sua parabola quotidiana. Devo scendere un po’ più a valle e cercare un posto per la notte. Intravedo il Lago Rosso li in basso, sembra vicino ma so che mi separano quasi mille metri di quota tra sfasciumi e  pietraie. Mi incammino. Ripenso alle ultime parole di questo strano incontro: ‘non cercare il senso delle cose, cercane le sensazioni’. Decisamente un ungulato epicureo.

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Arrivo al pianoro del lago, è ormai buio, monto la mia piccola tenda da bivacco, inizia a far freddo.  Un pasto veloce, mi resta poco ma sufficiente a rinfrancarmi: pane e toma della valle. Infine, mi tuffo nel mio sarcofago.

‘Non cercare il senso delle cose, cercane le sensazioni’

Ecco che allora inconsciamente incomincio a capire:

adesso mi appare davanti il Nanga Parbat e sulla cima un puntino vittorioso che prima osò conquistarlo

vedo le dita sfibrate ma potenti cercare appigli sulla dolomia infausta

vodka e risa nel campo base del Lothse

sento il wah wah orgasmico di Voodoo Chile

il mellifluo andirivieni di note basse in Teen Town

scorro i violenti mosaici d’olio e trementina nelle notti stellate di Francia

scatto insieme ad un matto ad Oropa inseguendo tutti e vincendo solitario

arrivo ai limiti dell’auto-annientamento insieme al cattivissimo Zanardi

ripercorro i giorni che ho provato a vivere attraverso la potenza di una  voce

fumo un Montecristo n.4 parlando di rivoluzioni e di un futuro utopico

immagino gli occhi biancoazzuri dei miei antenati ellenici

mi perdo tra le luci e le ombre di puttane fatte sante

divoro su una Cadillac sconquassata i rettilinei austeri della pianura americana

La vita è un coacervo di esperienze annidate, un ammasso disordinato di emozioni. Bisogna farne scorta senza fare ordine e chiedersene il perché. Ecco.

Dal sottile velo adesso filtra una luce, apro velocemente la cerniera:  il plenilunio ricopre di un velo di biacca i pendii circostanti, solo il gorgoglio di una cascata in lontananza rompe il fragore di questo silenzio assoluto; solo, immerso in questa vastità, lontano da tutti e da tutto, irraggiungibile e fiero, non cerco più risposte, non ne servono in fondo per essere felici.