Oxford, Northmoor Road, 1935.

Pomeriggio estivo, esterno giorno.


Parte prima

Dal numero 20 di Northmoor Road una donna esce con aria severa e composta, sembra reduce da una stancante conversazione. O forse è solo logorata da pensieri cupi. La seguiamo per qualche passo, non riusciamo più a vederne il viso. Bussa alla porta a fianco, al numero 22. Apre un uomo sulla cinquantina che la riceve calorosamente, i due sembrano conoscersi bene. Inizialmente disteso, l’uomo si fa via via più serio. La donna deve avergli comunicato qualcosa di importante, forse una disgrazia, o un lutto. Qualcuno che sta per morire. No, la donna è troppo tranquilla. Forse qualche grave malattia. Magari curabile. L’uomo la ascolta e allarga le braccia, la saluta con un cenno del capo e un leggero sorriso. Ha sorriso, non può esserci in gioco la vita di qualcuno. Quel signore lì non avrebbe sorriso. Almeno, non mi sembra il tipo da ridere per disgrazie di questo tipo.

La signora riprende con passo svelto la via, la sua vestaglia svolazza, notiamo ora che non ha delle scarpe ma delle modeste ciabatte. Si ferma di nuovo. Bussa al numero 24. Niente. Guarda alle finestre, cerca di sbirciare attraverso le tende. Ancora niente. Adesso porta si apre, si affaccia una donna. Convenevoli, strette di mano, sorrisi stirati. È chiaro che le due non si conoscono. Solo ora mi ricordo che a quel civico si è da poco trasferita una coppia. Lui pare sia un fisico o qualcosa del genere. Che la signora Tolkien stia andando a presentarsi ai nuovi vicini? Non credo, non l’ha fatto con quelli al 22 – che erano ancora più vicini – e lo va a fare con il 24? Improbabile. E poi, se così fosse, perché andare anche al 22? Forse per chiedere di partecipare alle presentazioni di quartiere? “Presentazioni di quartiere”? Non esiste nessuna presentazione di quartiere da queste parti. Allora Nora (si chiamava così la signora Tolkien? E chi lo sa? Non sono un narratore onnisciente io, facciamo che si chiami così, un nome vale l’altro), la signora Nora sarà andata a bussare per chiedere qualche ingrediente, forse delle erbe aromatiche. Ma non è possibile avere quella faccia tesa solo per un po’ di rosmarino. E poi il vicino ha il giardino pieno di erbe aromatiche, perché allargare le braccia? Ora basta, il mistero mi incuriosisce, vedo di avvicinarmi per sentire cosa dicono:

“…non era mai successo, davvero. È una cosa molto strana. Mi spiace essere venuta a disturbarvi.”

“Non si preoccupi, un’occasione per incontrarci. Mi piacerebbe poterla aiutare… conviene andare a chiedere a mio marito, lui sta spesso in cortile e può essere più informato di me”.

“Gliene sarei molto grata, è di vitale importanza trovarlo, mio marito si sta letteralmente ammalando. A casa nostra è piombato un silenzio funereo…”

“Lo capisco. A proposito, com’è fatto?”

“È un bellissimo gatto dal pelo arancione sgargiante…”

Ora è tutto chiaro, parlano di quel loro ginger cat, come dicono da queste parti, che sta sempre in mezzo ai piedi. All’in circa assomiglia a questo (mi scuso per la qualità della foto ma i ginger cat ad Oxford sono molto sospettosi e scaltri, non è facile avvicinarli):

Entrano, mi conviene girare sul retro della casa, così da poter sbirciare attraverso le assi in legno del giardino.


Parte seconda

Eccolo lì, il signor Schrödinger, seduto su una sediolina in mezzo al giardino, una pipa nera gli ciondola distrattamente dalle labbra. Sembra completamente rapito, guarda la cuccia di un cane. Le donne gli passano vicine, ancora convenevoli, frasi di rito. Lui resta seduto, molto elegantemente. Qualcosa lo distrae…

“La signora Tolkien, che abita proprio qui a lato, ci chiede se abbiamo visto il loro gatto.”

“No” balbetta lui “ nessun gatto da queste parti. “

“ Non capisco davvero cosa gli succeda, è da tre giorni che manca, non era mai successo. Il suo pelo arancione sarà tutto sciupato…”

“Arancione, ha detto? Io ho visto un gatto arancione. Sta nella cuccia del cane.” e la indica mollemente “C’è entrato da due ore, non sento più niente da un po’.”

La moglie di Tolkien si affanna: “Sarà lui, non c’è dubbio!” Poi guarda la signora Schrödinger e, con occhio lacrimevole: “Non vorrei che il cane gli abbia fatto del male!”

“È probabile.” risponde Schrödinger.

“No, è impossibile!” gli risponde la moglie. Il cane non è con noi, l’hai dimenticato Erwin?

“Hai ragione, scusa. Dimenticavo che l’abbiamo dato a… ma bussano? Qualcuno bussa alla porta, vedi chi è per piacere.”

“Credo sia mio marito” risponde la signora Tolkien “gli avevo detto che sarei venuta qui”.

Ecco comparire il marito, pallido e trafelato, guarda obliquamente la moglie con aria di rimprovero. ‘Piombare così a casa della gente’ sembra pensare. Poi, con un filo di voce che a stento lo sento da qui: “Allora?”

“Credo che il gatto sia qui, nel giardino di questi gentili signori. A proposito, mi faccia la gentilezza di ricordarmi il suo cognome, così posso presentarvi a mio marito.”

“Schrödinger”

“Il signor Schrödinger è un importante fisico, siamo onorati che venga a nobilitare questo nostro quartiere e la nostra città. Vero caro?”

“Certamente, me ne rallegro” e, con fare serissimo: “Sicchè il mio gatto sarebbe lì dentro, signor Schrödinger?”

“Così pare. Conviene che lo recuperi, non lo sento muoversi da un pezzo. Che si sia ritirato per…? Ho sentito che certi animali sentono quando giunge la loro ora…”

Il signor Tolkien sembra vacillare, il suo occhio è vitreo. Lo fanno sedere, e fanno bene, sembrava prossimo ad accasciarsi. Poi risponde: “Lo escludo. È un gatto ancora nel fiore degli anni, stava bene, era pasciuto, non vedo perché debba succedergli qualcosa, non me lo spiego. Non potrei accettarlo.”

“Certo, non vedo perché debba essergli capitata qualcosa. Ma perché venire qui, insomma, nessun disturbo… Ma non le sembra strano? Comunque, credo che adesso sia arrivato il momento di guardare dentro la cuccia. Bisogna togliersi questo dente, vedere se il gatto è…”

È…?”

“Se è… vivo. O se non lo è.”

“Vorrei tanto ci fosse una terza via.”

Schrödinger guarda la moglie, quell’uomo sembra fargli proprio tenerezza.

“C’è un posto dove le cose non muoiono mai.”

“Dove?”

“Nella nostra mente. Possiamo fantasticare, ricordare, inventare, rievocare persone scomparse, inventarne di nuove. Qualunque sia il risultato della sua “constatazione”, il gatto continuerà ad esserci.”

“Come se non morisse del tutto, vuole dire?”

“Esatto, continua a vagare nella sua mente.”

“Morirà con la mia smemoratezza, allora. Una fine anche peggiore.”

“Ma a quel punto lei non ne sarà più consapevole, non si ricorderà di non ricordare quel gatto rosso.”

“Arancione… Si chiama, o si chiamava (a questo punto mi sembra giusto pensare al peggio), Miaüle. Vede, signor Schrödinger, mi inquieta questa sua prospettiva. Apprezzo molto il suo tentativo di aiutarmi, davvero, mi sembra quasi di sentire l’affetto di un amico conosciuto da tempo, però mi sembra spaventosa la prospettiva che descrive, non si offenda…

“Perché non vi rinfrescate un po’, voi due? Credo che tutto questo ragionare vi stia confondendo le idee…”

Ma guarda, le signore servono del Pimm’s! Si accomodano poco lontano e chiaccherano serenamente come vecchie comari. La questione del gatto, nel loro angolo di giardino, sembra già acqua passata. La nuvola Miaüle si addensa solo su questi due uomini, sopra i quali grava pesante, intristendo i loro visi e incipriandoli di tinte grigiastre.

“… si, insomma, la trovo atroce e inconcepibile. Qualcosa di abominevole come quell’immagine “impensabile” inventata da Coleridge, la ‘Vita-in-Morte’. E come sul ponte di quella sciagurata nave, anche qui questa figura beffarda si sta giocando a dadi la vita del mio gatto. Non avrei mai pensato che, nella tranquillità di questo quartiere, a soli dieci passi da casa mia, avrei incontrato una tanto atroce verità.”

“Sta a lei aprire quella cuccia, guardare definitivamente dentro. ‘Vita-in-Morte’, come la chiama lei, si dissolverà non appena troverà il coraggio di guardare dentro la cuccia.”

“E se questo nostro dubbio, questa nostra incertezza, fossero essi stessi verità?”

“Lo sono, infatti. Non ho detto che non lo siano.”

“Vede?! Allora questa è davvero ‘Vita-in-Morte’, che sghignazza, che stride, che ulula! Me la vedo: le labbra rosse e carnose, lo sguardo accattivante e sveglio, contornato da morbidi capelli dorati… e un viso… un viso del colore della lebbra!”*

“Forse la questione è proprio come la vede lei, un po’ drammaticamente, e in tal caso bisognerà farsene una ragione. O forse siamo noi sbagliati, chissà. Siamo noi che descriviamo le cose in maniera ‘classica’, vivo o morto, qui o lì, se è qui non è lì, insomma tutto ben segmentato. Ma forse le cose sono più complesse di così, caro Tolkien. Anche col bene e col male, sarebbe bello poter identificare in questo nostro universo i buoni e i cattivi, identificare un singolo strumento che ci permetta di condensare tutto il male, uno strumento che possiamo riconoscere, combattere ed evitare, uno strumento che ci controlla e dal quale possiamo tenerci lontano. Sarebbe tutto chiaro, ma le cose stanno diversamente. Almeno, questo è quello che credo io.”

“Lo credo anch’io, ma forse mi serve credere che non sia così…”

Guardano la cuccia, si sente il vociare delle mogli, spezzato da brevi risate. Tutto intorno silenzio.

“E se non guardassi? Se non guardo il gatto non muore. Non può morire!”

“Tecnicamente ha ragione, ma sarebbe alquanto vile, mi scusi la franchezza. Oltre al fatto che mi creerebbe un certo impaccio, lei capisce… fra due giorni mi riportano indietro il cane…”

“Oh certo, non sia mai! Stando così le cose, si deve procedere!”

Si alza, vediamo se è la volta buona. Si risiede. Si rialza.

“Nora? Ti dispiacerebbe andare a vedere se Miaüle è lì? Non possiamo fare notte! Stiamo abusando della gentilezza dei nostri vicini!”

“Mi scusi – risponde questa, rivolta alla signora Schrödinger – ho il mio pargolo che piange.”

Eccola procedere decisa, stavolta sembrano davvero intenzionati ad aprire quella maledetta cuccia. Ormai è vicina, qualche piccolo passo ancora… Ecco, è di fronte. Si china, apre la porticina socchiusa della cuccia. “Non vedo bene, c’è troppo sole qui fuori” Si abbassa ancora di più, la sua testa è ormai quasi dentro la cuccia.

“Tranquilli” grida “si è trattato di un falso allarme! Il gatto sta dormendo… o forse no!?”


Erwin Schrödinger (a sinistra) e John Ronald Reuel Tolkien (a destra).

 

Her lips were red, her looks were free./Her locks were yellow as gold:/Her skin was as white as leprosy (S. T. Coleridge, The Rime of the Ancient Mariner, vv 190-192).