Nuovi “muri” solcano le acque di un mare che è l’emblema stesso dello scambio e della condivisione. Per ripensare il Mediterraneo fuori dalle rigide impostazioni di frontiere, senza per questo lasciare il campo a nuovi trafficanti di schiavi o a indefiniti soggetti terzi, occorre riagganciarci alla sua storia millenaria che, come ci insegna Fernand Braudel, è innanzitutto una geografia comune. Riprendere questa narrazione ci permette inoltre di risalire alle ragioni più profonde degli squilibri, così da poter interpretare meglio il mondo contemporaneo.

Dello storico francese propongo alcuni spunti tratti dal bellissimo Memorie del Mediterraneo (edito in Italia da Bompiani), un testo capace di mescolare insieme rigore scientifico e profondo lirismo, elementi spesso distanti fra loro.


 

Che cosa importa, penserà il viaggiatore, che cosa importa se il Mediterraneo, frattura insignificante della crosta terrestre che l’aereo attraversa con sprezzante velocità (un’ora da Marsiglia a Algeri, un quarto d’ora da Palermo a Tunisi, e così via), sia un tratto caratteristico arcaico della geologia del globo! Che cosa importa se il mare Interno è fantasticamente più vecchio della più vecchia delle storie umane che ha ospitato! Eppure, il mare non si può comprendere a fondo se non nella lunga prospettiva della sua storia geologica, cui deve la forma, l’architettura, le realtà di base della sua vita, quella di ieri come quella di oggi, o di domani.

[…] Lucien Febvre, in un brevissimo e vivace articolo (1940), immagina la sorpresa di Erodoto, “il padre della storia”, nel ritrovare i contadini del Mediterraneo dei nostri giorni. Plinio il Vecchio, vissuto qualche secolo più tardi (23-79), sarebbe più difficile da stupire.

E tuttavia non conosce né l’eucalipto venuto recentemente dall’Australia, né i regali dell’America, dopo la scoperta: peperone, melanzana, pomodoro, l’invadente fico d’India, mais, tabacco e molte piante ornamentali. Ma sapeva, perché ci aveva riflettuto, che le piante, i sapienti innesti sono pronti a viaggiare, e che il Mediterraneo è stato una zona di diffusione. Tutto ha circolato, generalmente da est a ovest. Plinio racconta: “Il ciliegio in Italia non esisteva prima della vittoria di Lucullo su Mitridate (nel 73 a.C.). Costui l’aveva portato dal Ponto e in centoventi anni, attraversando l’oceano, è giunto fino alla Bretagna”. Sempre ai tempi di Plinio, il pesco e l’albicocco sono appena arrivati in Italia, il primo probabilmente originario della Cina, facendo una sosta in Asia Minore; il secondo proveniente dal Turkestan. Poco prima sono stati introdotti dall’Oriente il noce e il mandorlo. Il cotogno, probabilmente più antico, viene da Creta. Il castagno è un regalo dell’Asia Minore, abbastanza tardo: Catone il Censore (234-149 a.C.) non lo conosceva.

Tra questi viaggiatori, i più antichi – quelli che non si riescono a immaginare se non fissati da sempre nel paesaggio mediterraneo – sono l’onnipresente grano (e le altre granaglie), la vite flessuosa, l’olivo così lento nella crescita e nella produzione. Nato in Arabia e in Asia Minore, l’olivo sarebbe stato portato verso ovest dai fenici e dai greci, e i romani ultimarono la sua diffusione.

Anche la vite è stata piantata dappertutto, contro piogge, venti e gelate, dal giorno assai remoto in cui gli uomini si sono interessati alla labrusca, un vitigno selvatico dai frutti pochissimo zuccherini, probabilmente originario della Transcaucasia. L’accanimento dei contadini, il piacere dei bevitori, le oscure trasmutazioni dei terreni, il gioco dei microclimi hanno creato nel Mediterraneo centinaia di varietà di viti. […] Plinio non smette di enumerare le specie di vite e i loro metodi di coltivazione, oltre alla lista già lunga dei vini gloriosi. Stessa prolissità a proposito delle granaglie, del loro peso specifico, della farina che forniscono, o del valore per l’uomo e per gli animali di orzo, avena, segale, fave, ceci.

[…] L’olio, il vino, i cereali, i legumi secchi: ecco, già al completo o quasi, i cibi presenti quotidianamente sulla tavola degli uomini del Mediterraneo. E se immaginiamo gli armenti – come quei fiumi di pecore transumanti dell’Italia meridionale, che fanno di Taranto una città di tessitori di lana – se, nel quadro da ricostruire, aggiungiamo alla rinfusa il bosso, il cipresso piramidale – l’albero funebre di Plutone – il tasso dalle bacche velenose, “non molto verde, gracile, triste”, possiamo immaginare con Plinio il classico contadino delle pianure e dei poggi del Mediterraneo.

La caduta di Icaro, Pieter Bruegel il Vecchio, 1558 circa.

[…] Il marinaio del Mediterraneo può fare anche il contadino o l’ortolano, ma le strisce di costa filiformi, in genere limitate dalla vicinanza delle montagne, non sono autosufficienti. E’ il mare lontano che le fa vivere.

[…] Questa geografia condiziona le nostre spiegazioni: l’universo [dell’Impero] romano vive su un’economia agricola, seguendo principi che rimarranno validi per secoli e secoli, fino alla rivoluzione industriale di poco tempo fa. Il gioco settoriale delle economie lascerebbe ai paesi poveri l’incarico di produrre il grano e a quelli ricchi i vantaggi della vite, dell’olivo, di un certo allevamento. Da ciò deriva la divisione tra economie avanzate come l’Italia, e arretrate come l’Africa settentrionale o la Pannonia, queste ultime più equilibrate, meno danneggiate dai periodi di regressione. Allora, è sufficiente che il paesaggio, in questa o in quella zona, scivoli verso l’uno o l’altro di questi poli, perché si disegni il limite tra quello che non osiamo chiamare uno sviluppo e un sottosviluppo: questo limite si approfondirebbe – e non è certo – se l’industria, il capitalismo, il numero degli uomini vi concorressero in modo decisivo. E con un regime di libera concorrenza veramente in atto.