Articolo apparso su Linkiesta.it nel Dicembre 2013.


 

Nel dicembre del 1913, negli stabilimenti della Ford, venne inaugurata la prima catena di montaggio. Fu un’innovazione, che mutò completamente lo scenario della produzione industriale portando i tempi di assemblaggio di una macchina da più di dodici ore a circa due ore e mezza, ponendo le basi della produzione e del consumo di massa. Una data importante, tanto da diventare, per lo scrittore britannico Aldous Huxley, il punto di riferimento per il conteggio degli anni nel suo capolavoro, Il mondo nuovo, ambientato nel settimo secolo d.F. (dopo Ford).

Alla scadenza del primo secolo dopo Ford, e a 50 anni dalla morte di Aldous Huxley (avvenuta il 22 novembre del 1963, nelle stesse ore dell’omicidio di John F. Kennedy), abbiamo pensato di fare due chiacchiere con lo scrittore britannico. Ma che sia chiaro, per realizzare questa intervista non abbiamo ingerito alcuna dose di acido lisergico, né mangiato peyote o fumato qualche erba psichedelica, abbiamo più semplicemente ripercorso alcune delle sue più potenti e lucide analisi contenute nel Ritorno al mondo nuovo, una raccolta di saggi pubblicata circa trent’anni dopo Il mondo nuovo e tradotta in italiano da Luciano Bianciardi nel 1961.

 

Sono anni che ci sentiamo sull’orlo dell’abisso, ma la caduta sembra interminabile. Quando toccheremo il fondo?
Nel 1931, quando scrivevo Il mondo nuovo, ero convinto che ci fosse ancora tempo, e parecchio. La società totalmente organizzata, il sistema scientifico delle caste, l’abolizione del libero arbitrio mediante il condizionamento metodico, la soggezione resa accettabile grazie alla felicità indotta chimicamente, a dosi regolari, l’ortodossia martellata in capo alla gente coi corsi notturni di insegnamento ipnopedico: tutte cose a venire, certo, ma non nei tempi miei, e nemmeno nei tempi dei miei nipotini. Ora sono molto meno ottimista. Ho l’impressione che le mie profezie si avverino assai più presto di quel che pensassi. L’incubo dell’organizzazione totale, che io ponevo nel settimo secolo d.F., è sortito dal futuro, lontano e tranquillante, e ora ci attende, lì all’angolo.

Cosa ne pensi di 1984, di George Orwell, un altro che, come te, ha provato a profetizzare il futuro?
Era un’ottima proiezione nel futuro di un presente che conteneva lo stalinismo, e di un passato prossimo che aveva visto il fiorire del nazismo. Il mondo nuovo fu scritto prima che Hitler salisse al potere in Germania, e quando il tiranno russo non si era ancora avviato sulla sua strada. Letto nel 1948, 1984 suonava tremendamente plausibile. Ma, dopo tutto, i tiranni sono mortali, e le circostanze mutano. Certi avvenimenti attuali, in Russia, gli ultimi progressi della scienza e della tecnologia, hanno tolto di peso dal libro di Orwell qualche tetra verosimiglianza. Direi che dovremmo ritenere più probabile qualcosa che somigli a Il mondo nuovo e non qualcosa che somigli a 1984.

In che cosa Il mondo nuovo e 1984 si differenziano di più?
In 1984 la brama di potere si soddisfa infliggendo dolore agli altri; ne Il mondo nuovo, invece infliggendo una forma di piacere, forse non meno umiliante.

Su una cosa tu e Orwell siete d’accordo, però: la tendenza al totalitarismo. Quali sono le cause di questa tendenza?
Al volgere del secolo su questo pianeta saremo più di 5 miliardi e mezzo di persone, un fattore che pone all’umanità la scelta tra anarchia e il controllo totalitario. Ma la crescente pressione del numero sulle risorse disponibili non è la sola forza che ci spinge al totalitarismo. Questo cieco nemico biologico della libertà si allea ad altre forze potentissime, generate dai progressi tecnologici di cui più andiamo orgogliosi.

Ci spieghi meglio il ruolo della tecnologia?
Il progesso della tecnologia ha portato, e sta portando, alla centralizzazione del potere. L’apparato della produzione di massa, migliorando la sua efficienza, tende a farsi sempre più complesso e costoso, meno accessibile quindi all’imprenditore che abbia mezzi limitati. Non solo: la produzione di massa non sta in piedi senza distribuzione di massa, e la distribuzione di massa crea problemi che soltanto i grossi produttori possono risolvere adeguatamente. E così, una quantità sempre maggiore di potere economico si riduce nelle mani di un numero sempre minore di individui. La tecnologia moderna ha portato alla concentrazione del potere economico e politico, e alla formazione di una società controllata (spietatamente negli stati totalitari, in modo pulito e nascosto nelle democrazione) dalla grande imprese e dal gran governo.

Cosa ne pensi del conformismo e dell’uniformazione di massa?
Nel corso dell’evoluzione la natura si è adoperata in ogni modo perché ciascun individuo fosse diverso da tutti gli altri. Noi riproduciamo la nostra specie mettendo i geni del padre a contatto con quelli della madre. Questi fattori ereditari possono combinarsi in modi pressocché infiniti. Da un punto di vista fisico e mentale, ciascuno di noi è unico. Qualsiasi cultura che, nell’interesse dell’efficienza o in un nome di un dogma religioso o politico, cerca di standardizzare l’individuo umano, commette un’offesa contro la natura biologica dell’uomo.

Qualcuno pensa che le grandi tragedie del Novecento non si possano più ripetere, come se fossimo stati vaccinati. Cosa ne pensi?
Quando io ero ragazzo, sembrava ovvio che i vecchi brutti tempi fossero finiti, che tortura, massacri, schiavitù, persecuzione degli eretici, fossero cose del passato. A questi orrori nemmeno ci pensava più l’uomo che portava il cilindro, viaggiava in treno, faceva il bagno tutte le mattine. Dopo tutto, vivevamo nel ventesimo secolo. Eppure, pochi anni dopo, questi uomini, che facevano il bagno ogni mattina e andavano in chiesa con il cilindro in testa, dovevano commettere crudeltà mai sognate dai selvaggi d’Asia e d’Africa. Se pensiamo alla storia recente, sarebbe sciocco supporre che cose simili non possano mai più succedere. Possono succedere, succederanno senz’altro.

Che ruolo hanno i mass media?
Usati in un certo modo, stampa, radio, televisione e cinema sono indispensabili alla sopravvivenza della democrazia. Usati in modo opposto, divengono le armi più possenti dell’arsenale dittatoriale. Nel campo della comunicazione di massa, come quasi in ogni altro campo, il progresso tecnologico ha danneggiato i piccoli e favorito i grandi.

E più nello specifico, cosa ne pensi dell’informazione?
La stampa è libera, ancora oggi, legalmente: ma quasi tutti i piccoli giornali sono spariti. Costano troppo. Nei paesi totalitari d’Oriente c’è la censura politica, e i mezzi di comunicazione di massa sono controllati dallo Stato. Nelle democrazie d’Occidente c’è la censura economica e i mezzi di comunicazione di massa sono controllati dalle élite al potere. E non cambia molto il fatto che la censura che si esercita alzando i costi e concentrando i mezzi di comunicazione nelle mani di poche grosse imprese sia meno ripugnante della proprietà statale e della propaganda governativa.

Qual è il rapporto tra giornalismo e verità?
Nelle nostre democrazie, il sorgere di una grossa industria della comunicazione di massa non dà al pubblico né il vero né il falso, ma semmai l’irreale, ciò che, più o meno, non significa nulla, saziando uno degli appetiti più insaziabili del pubblico: quello per le distrazioni. E proprio questo flusso inarrestabile di distrazioni, nel mio mondo nuovo veniva usato deliberatamente quale strumento di politica, per impedire alla gente di badare troppo alla realtà della situazione sociale e politica.

Perché la distrazione è così pericolosa?
Quando i membri di una società passano gran parte del loro tempo non all’erta, col cervello ben desto, qui e ora, o nel futuro immediato, ma altrove, nell’altro mondo dello sport e della canzone, della mitologia e della fantasia metafisica, allora sarà ben difficile resistere all’assedio di chi vuole manipolare e controllare la società.

Qual è il futuro dei sistemi democratici?
La democrazia potrà salvarsi solo se molti individui sapranno scegliere realisticamente, alla luce di bastevoli cognizioni. La dittatura, all’opposto, si tiene in piedi con la censura e con la distorsione dei fatti, con l’appello non alla ragione, non all’interesse illuminato, ma alla passione e al pregiudizio.

Cosa ne pensi dell’evoluzione della comunicazione politica, invece?
Bah, i metodi che si usano oggi per vendere il candidato politico, come se fosse un deodorante, danno all’elettorato questa garanzia: egli non sentirà mai dire la verità, su niente.

Un’ultima domanda, sei completamente pessimista?
No, qualche libertà resta ancora nel mondo. Molti giovani, è vero, sembrano non darle valore. Ma alcuni di noi credono che senza libertà le creature umane non saranno mai pienamente umane e che pertanto la libertà è un valore supremo. Può darsi che forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere.

 

Andrea Coccia