La lista sarebbe lunga, la lista di artifici, edifici fragili che abbiamo costruito sulle solidi basi che la natura ci ha messo sotto i piedi.
Molti di questi edifici, anche se fragili, ci servono, sono case confortevoli per non essere in balia delle intemperie dell’ambiente esterno.
Nonostante siano utili e necessari alla nostra convivenza civile, cambiano la nostra stessa natura in maniera inesorabile e forse irreversibile.
Una di queste case comode in cui ci rintaniamo è la nazione.
Le nazioni, agglomerati di genti con comune lingua, tradizioni, usi e costumi, non sono certamente esistite da sempre. Anzi nella loro formula attuale si sono materializzate in tempi recenti.
Al loro posto c’erano tribù, feudi, granducati, piccoli e grandi imperi, e varie forme di aggregati umani con caratteristiche comuni.
Le nazioni, questi necessari Moloch di burocrazia e belle costituzioni, hanno addentato e masticato ciò che gli era possibile e prodotto un bolo omogeneo ed amaro. Hanno creato lentamente entità uniformi da molteplicità anteriori, con esiti più o meno positivi.
Vari dizionari ed enciclopedie definiscono la nazione come la comunità caratterizzata da comune lingua, tradizioni storiche, culturali, religiose ed il territorio da essa occupato.
Si potrebbero prendere ad esempio la maggior parte delle nazioni in cui il globo è suddiviso e constatare senza troppa difficoltà la discrepanza tra la realtà e la definizione. La definizione, si potrà obiettare, non deve valere al 100% per tutti i casi. Laddove ci siano più lingue parlate, ci sará forse una storia comune di opposizione ad una dominazione, nel caso in cui ci fosse una profonda differenza territoriale la lingua potrebbe unificare e rendere omogeneo il miscuglio, e così via ipotizzando.
Resta per tutte una comune deficienza, che le rende degli artifici, come già detto, che non servono la causa per cui sono preposti.
Le nazioni sono quindi delle sovrastrutture che appaiono obsolete e non adatte al compito che devono assolvere, cioè la civile convivenza di esseri umani e di questi con l’ambiente circostante, e la comune sussistenza con mezzi e limiti di cui il territorio dispone.
Più atte a questo compito sembrano altre sovrastrutture, che seppur tali e quindi artificiali, delimitano un territorio più ristretto e con delle peculiarità e caratteristiche organiche e coerenti.
L’idea di Bioregioni, non nuova ma di certo non diffusa, nata negli anni 60 del ‘900, ma già abbozzata da Lewis Mumford, propone il superamento delle forme attuali di governo, le nazioni appunto, e la sostituzione con entità in cui i confini politici coincidano con dei confini naturali ben definiti da un ecosistema, in cui le risorse provengano dalla regione e siano quanto più endemiche della stessa, e, punto essenziale, il loro sfruttamento sia sostenibile e rispettoso delle capacità e dei cicli naturali.
Ciò implica una conoscenza profonda del territorio, della flora e fauna, della sapienza tradizionale tramandatasi.
Il punto di vista è invertito, il luogo influenza il modus vivendi e operandi degli abitanti, l’uomo si adatta al luogo e lo preserva per ciò che è, “the politics of place”, la politica del luogo, così definita da Ray Michael.
Alterazioni e modificazioni dell’ambiente circostante, l’uomo le ha sempre operate, anche senza macchine e tecnologie particolarmente avanzate, dal cambiamento del paesaggio naturale a causa dell’agricoltura, alla possibile scomparsa di parte della megafauna per manus homini.
Nonostante queste “ingerenze” umane, la simbiosi con l’ecosistema sembrava ancora non esser stata modificata in maniera ormai inconvertibile.
L’uomo ha infranto quel patto con il sistema natura, stabilendo un rapporto con essa ormai sbilanciato e sempre più avulso dal sistema stesso in cui si muove.
Le nazioni quindi stabiliscono dei rapporti univoci con il sistema natura, che non rispettano le esclusività del luogo, tendendo ad un’uniformità che soffoca e annichila quel vincolo umano-naturale proprio del luogo e dei luoghi.
Stabilire delle regioni, delle aree geografiche che permettano di ristabilire e rinsaldare cotale vincolo potrebbe essere una strada da percorrere.
Esempi e proposte ci sono già. Cascadia è una bioregione del NordOvest americano che si estende dal territorio costiero della California settentrionale a parte della British Columbia (Canada) e dell’Alaska, come mostrato in figura 1.
Il nome poetico ed evocativo racchiude l’essenza del luogo, fatto di acque e montagne. Per i meno avvezzi alla poesia, la regione è definita oltre che dalle sue caratteristiche ecosistemiche anche dall’economia umana del luogo, dove esiste già un interconnessione transnazionale tra le aree urbane presenti, comprendenti Eugene, Portland, Seattle e Vancouver.

CascadiaMap
Figure1. La bioregione, denominata Cascadia, comprendente vaste aree del Nordovest degli Stati Uniti e la maggior parte della British Columbia in Canada.

Per restare in luoghi a noi più prossimi, un’altra megaregione a cavallo tra Nordovest italiano, Sudest francese e Svizzera Romanda è stata proposta a partire dalla comune lingua, seppur in disuso, francoprovenzale o arpitana.
La lingua qui fa da collante ad una regione che presenta anche una forte uniformità territoriale, comprendente le Alpi Nord-occidentali, parte della valle del Rodano e Jura Meridionale.

arpitania
Figura2. Arpitania, regione transnazionale che si estende in un’area a cavallo tra tre nazioni.

Questi non sono che due esempi di come una nuova redistribuzione amministrativa e governativa possa essere sovrapposta ad una esistente distribuzione naturale del territorio.
Ma la terra potrebbe essere ripensata e nuove regioni potrebbero nascere ovunque, la Mediterranea, Dolomitia, Frisia e Andina, solo per fare alcuni esempi.
Le bioregioni non sarebbero esclusive, l’unica regola sarebbe vivere e viverle rispettando lo spirito del luogo, naturale ed umano.
Il brano tratto da A Place in Space: Ethics, Aesthetics, and Watersheds di Gary Snyder illustra il concetto in maniera semplice ed ironica (ok, chi mi conosce o segue questo blog avrà notato un mio debole per Gary Snyder).

“La più squisita conseguenza prodotta dal pensare la politica dal punto di vista del posto è la seguente: chiunque indipendentemente dalla razza, religione, o origine è benvenuto, a patto che viva in accordo con la terra. La grande Valle Centrale non preferisce l’inglese allo spagnolo o al giapponese e al hmong. Se avesse una preferenza, forse sceglierebbe qualche lingua che è stata parlata lì per migliaia di anni, come il Maidu o il Miwok, solo perchè è abituata. Dal punto di vista mitico, accoglierà chiunque scelga di osservare l’etichetta, esprimere gratitudine, afferrare gli attrezzi, e imparare le canzoni che servono per vivere nel posto.”
― Gary Snyder, A Place in Space: Ethics, Aesthetics, and Watersheds

Io ho già in mente una nuova bioregione, se siete curiosi battete un colpo…


The list would be long, the list of artifices, fragile buildings that we built on the sturdy foundations of nature.
Most of those buildings, although fragile, are necessary, they are comfortable homes, shelters from outside weather.
Even though they are needed, they change our very own nature irreversibly.
One of those cozy houses where we like to hide is the nation.
The nations, conglomerate of people with common language, traditions, customs, have not always been there. In their present form they are indeed pretty recent.
Before there were tribes, feuds, grand duchies, tiny and huge empires, and various other forms of human aggregates with common grounds.
The nations, those necessary Moloch of bureaucracy and beautiful constitutions, have bitten and chewed whatever they could and produced a homogeneous and bitter bolus. They slowly created uniform entities from previous multiform ones, with different rates of success.
Most dictionaries and enciclopedias define nations as communities characterized by common languages, historical, cultural and religious traditions and the territory they occupies.
Most of the nations in which the earth is subdivided could be taken as example of the absolute discrepancy between the definition and reality.
Somebody could object that definitions are not 100% valid for all cases. Where more languages are spoken, perhaps a common resistance to an external domination could represent a common ground, in the case of a deep territorial difference language could be a glue to homogenize the mix, and so on speculating.
A common inadequacy remains though, making them artificial, as already said, but above all not serving the cause they are meant for.
Nations are therefore superstructures that seem to be obsolete and not fit to the task they need to perform, that is organizing the civil cohabitation of humans among each other and of them with the environment, and the mutual subsistence within the limits of the land.
Different superstructures appear to be more suitable to this end, circumscribing a more limited territory with organic and coherent features.
The idea of Bioregions, not new although not so popular, was conceived in the ’60 of the last century, even though sketched already by Lewis Mumford, proposes to override the present forms of governance, nations, and to replace them with political borders that overlap with the natural ones well defined by an ecosystem, in which the resources would come from the region itself and would be endemic to it, and their exploitation would be sustainable and respectful of the natural cycles and possibilities.
It implies a thorough knowledge of the territory, of the animals and vegetation, and of the traditional wisdom of the place.
The pint of view is inverted, the place influences the modus vivendi and operandi of the inhabitants, humans adapt to the place and preserve it, “the politics of the place”, as Ray Michael defines it.
Alterations and modifications of the environment have always been part of human way of living, even before machines and advance technology was in place, from the changing of landscapes because of agriculture, to the disappearance of part of megafauna due to man.
Despite the interference, the symbiosis with the ecosystem seemed not to have been modified unconvertibly.
Man broke that deal with nature, establishing an unbalanced relationship more and more external in respect to the same system it moves in.
Nations settle univocal connections with nature, not respectful of the peculiarity of places, pointing towards an uniformity that chokes and annihilates that bond human-nature, typical of the place and of the places.
A road to the restore of that bond could be the setting of bioregions.
Examples are already present. Cascadia is a region of the American Northwest stretching from the coast of Northern California to British Columbia and Alaska, as shown in fig.1.
The poetic and evocative name describes the essence of the place, made of water and mountains. More practically, the region is defined besides its ecosystem by the human economy of the region, where an transnational interconnection of urban area, such as Eugene, Portland, Seattle and Vancouver, is already present.
One more megaregion that comprises Italian Northwest, French Southeast and Romand Suisse has been proposed under the common Franco-Provençal or Arpitan language, although in disuse.
The language here is a glueing factor for a region that has nevertheless a strong territorial homogeneity, including the Nortwestern Alps, part of the Rhone valley and the Southern Jura.
Those are only two examples of how a new administrative and political redistribution can be superimposed on an existing natural distribution of the land.
The earth could be thought again and new regions could arise, the Mediterranean, Dolomitic, Frisian and Andine, just to mention few.
The bioregions will not be exclusive, the only rule will be to live in and to live them respecting the spirit of the place, either natural and human.
Gary Snyder illustrates with his usual irony the concept (ok, who knows me or follows this blog realized I have a weakness for Gary Snyder).

“Here is perhaps the most delicious turn that comes out of thinking about politics from the standpoint of place: anyone of any race, language, religion, or origin is welcome, as long as they live well on the land. The great Central Valley region does not prefer English over Spanish or Japanese or Hmong. If it had any preferences at all, it might best like the languages it has heard for thousands of years, such as Maidu or Miwok, simply because it is used to them. Mythically speaking, it will welcome whoever chooses to observe the etiquette, express the gratitude, grasp the tools, and learn the songs that it takes to live there.”
― Gary Snyder, A Place in Space: Ethics, Aesthetics, and Watersheds

By the way, I have already a new bioregion in mind, if you are interested hit me up…