Arriva il momento nella vita di ogni uomo in cui ci si chiede cosa sia veramente importante per cui possa valere la pena di spendere il proprio tempo, cui dedicare le proprie energie. Fortunato quell’uomo che inizia, ancor giovane, tale riflessione, perché se tale meditazione giungesse al tramonto dell’esistenza, essa si accompagnerebbe inevitabilmente all’angoscia e forse alla disperazione.

Per la filosofia la ricerca ontologica è essenziale; costituisce il focus dell’indagine epistemologica. Individuare cioè il fondamento su cui poggia l’esistenza individuale o della comunità più vasta significa cogliere ciò che bisogna sottrarre a tale essenza, cioè ciò che è effimero, vacuo, sovrastrutturale.

Karl Marx (1818-1883)

Ed è proprio questo il nodo da sciogliere: come si fa ad operare tale sottrazione separando il grano dal loglio? Karl Marx, cui si deve l’uso del termine sovrastruttura e l’aggettivo “sovrastrutturale”, indicava con tali termini tutta la produzione intellettuale, dalla filosofia alla teologia, dalla storiografia alle scienze applicate, al diritto, alla letteratura. Tutti aspetti, cioè, che avevano come fondamento non assunti propri, ma erano determinati dalla struttura economica che si era scelta una comunità sociale. Il filosofo di Treviri analizzò in particolare la società capitalistica e le sue forme di produzione, di organizzazione sociale e politica, le forze produttive che entravano in gioco o che si scontravano. In tale analisi la produzione culturale rappresentava un ulteriore strumento di asservimento di cui si giovava una classe sociale per sfruttare e sottometterne un’altra. Nello specifico, la borghesia capitalistica e finanziaria, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, esercitava il ruolo di classe dominante sul proletariato, la classe dei lavoratori che in tale contesto svolgeva essenzialmente un ruolo di mera “forza-lavoro” o di “merce” da inserire nel meccanismo produttivo. Col risultato inevitabile di portare quell’umanità a sicura alienazione, cioè alla perdita della propria identità, trasformata in semplice ingranaggio nella produzione meccanizzata della moderna fabbrica, lo stesso destino toccato in passato agli schiavi e ai servi della gleba.

Max Weber (1864-1920)

Lo svolgimento del tema “sovrastrutture” necessiterebbe di elencare tutti i possibili rimandi ad altri filosofi, come Max Weber e la sua splendida analisi della “ragione strumentale”, cioè piegata alle finalità della produzione e che porta inevitabilmente allo smarrimento della coscienza critica e creativa.

Si dovrebbero, altresì, elencare le tesi dei filosofi della scuola di Francoforte, da Horkheimer ad Adorno, da Erich Fromm ad Herbert Marcuse e a Walter Benjamin, i quali, con approcci marxiani e freudiani, denunciavano un utilitarismo diffuso nella società occidentale votata ineluttabilmente al materialismo e al consumismo. Una società, dicevano i francofortesi, da cui “gli dei sono fuggiti”, in cui cioè non si concede nulla agli aspetti immateriali, alla creatività e alla spiritualità. La necessità produttiva negava infatti ogni riferimento al trascendente o ad un rapporto armonico tra le due dimensioni dando vita ad una società, dunque, dove nessun uomo era felice, libero e padrone di se stesso e del suo destino; dove nessuno segnava più il pane con la croce prima di spezzarlo, né si sentivano più echeggiare nei campi i canti che come litanie lenivano i dolori a chi chino sul vomere, sudando, faticava insieme al mansueto bue e a quelle note affidava l’auspicio di un buon raccolto finalmente.

Martin Heidegger (1889-1976)

Si dovrebbe almeno citare Heidegger che ricorda che la vita autentica si basa su una continua ricerca dell’essere, anche se essa poi si conclude con lo scacco del ricercatore che riconosce l’impossibilità di poter trovare il senso ultimo dell’esistenza e che è costretto perfino ad ammettere di non ritrovarsi neanche un linguaggio adeguato per descrivere le infinite possibilità ermeneutiche di una realtà cangiante e in continua trasformazione, ammettendo, infine, che solo i poeti sono i “pastori e i custodi” dell’Essere e che tutto il resto è “sovrastruttura”.

Søren Kierkegaard (1813-1855)

O ancora, ci si dovrebbe soffermare sui temi che stavano a cuore al padre dell’esistenzialismo moderno, a Søren Kierkegaard, che considerava “sovrastrutturale” la scelta estetica del Don Giovanni o quella etica del buon marito, entrambi condannati allo scacco esistenziale disperante. Struttura per lui era solo il tuffo nella fede che sola può eliminare la “scheggia nelle carni” che sentiva premere alla sua vita fin dall’infanzia per colpe ereditate dal padre. Affidarsi totalmente a Dio, per il filosofo danese, era l’unica soluzione, sebbene quell’Ente cui pensava fosse un Dio veterotestamentario di fronte al quale anche i santi e i martiri avrebbero provato timore e tremore.

E come non citare Nietzsche? Con il suo “oltreuomo” che coglie tutta la drammaticità dell’esistenza connotata dall’”eterno ritorno dell’uguale”, il ripetersi identico di ogni evento della storia, senza progresso o evoluzione, una realtà identica a se stessa che si ripete per l’eternità. Un meccanismo che sovrasta l’uomo che va oltre gli “universali” etici o morali della tradizione cristiana che solo l’”oltreuomo” accetta, riuscendo a guardare nell’abisso della vita, amando il suo destino.

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Tutti gli altri valori, tutti i prodotti culturali ed etici sono per lui retaggio di una decadenza che parte da lontano, da Socrate e da Euripide, rappresentanti di un intellettualismo etico che ha determinato la scomparsa di un’armonia primordiale fra la forza passionale della vita e la sua forma razionale.

Un tema vasto quello che punta all’analisi del termine “sovrastruttura” seppure stimolante. Tuttavia non si può correre in ogni direzione nella prateria infinita della produzione culturale occidentale senza perdersi, rischiando di compiere operazioni da “Bignami” che potrebbero, al limite, servire agli studenti liceali per l’esame di Stato ma che non aggiungerebbe una virgola al tema.

Allora è il momento di dire la mia convinzione sulla questione senza ulteriori appesantimenti più o meno eruditi. Sovrastruttura per me è tutto ciò che si frappone alla realizzazione di una vita autentica, degna cioè di essere vissuta. È sovrastrutturale per me cercare affannosamente il “divertissement” che può rimandare al farsi invadere dal demone del gioco, per cui si baratta la propria vita permettendo che in essa vi dominino immagini, segni, strategie d’attacco o di difesa, sentimenti di rivalsa sugli avversari, frustrazioni indicibili e desideri di autodissoluzione, scollamento dal mondo reale. E potremmo continuare poi con comportamenti standardizzati che rispondono alle mode del momento e alla massificazione di una società vuota e materialistica: dall’affannoso viaggiare per il mondo senza uno scopo che non sia quello dell’apparire, per dire a se stessi e agli altri “Io son vivo! Sono un uomo dinamico!” o “Io ci sono stato!”; all’ammazzarsi di lavoro per poter poi acquistare la seconda o la terza casa o la villa a mare o in montagna; dall’aspirazione ad occupare posti al vertice dell’organizzazione politico-sociale, al piacere sottile di esercitare potere sui propri subalterni, all’arricchimento facile con tutti i mezzi possibili. Tutti questi comportamenti hanno in comune l’egoismo e l’ignoranza rispetto ad una problematica fondamentale che riguarda il proprio progetto di vita.

Vito Mancuso (1962)

Nella mia vita la scoperta della produzione del teologo Vito Mancuso ha costituito una linea di demarcazione, un crinale ben visibile tra una vita schiacciata sul presente e un’altra nella quale le tre dimensioni temporali si sono annullate. Perché Mancuso? Perché partendo da Rifondazione della fede per passare a L’anima e il suo destino, a La vita autentica, Obbedienza e libertà, Il principio passione fino a Il coraggio di essere liberi, ho potuto scoprire una dimensione che mi proietta all’interno di un percorso su cui si sono mossi grandi pensatori, dall’antichità all’età moderna, fino all’età attuale. Egli mi ha avvicinato alla lettura dei grandi mistici, da Simone Weil ad Edith Stein, da D. Bonheffer a Pavel Florenskij e a Teilhard De Chardin. Tutti costoro affermano che il senso della vita non può consistere altrimenti che nell’amare con compassione l’Universo e tutto ciò che lo compone e lo abita; scoprire chi sei e quali dimensioni ti connotano: materia, intelletto, psiche, spirito; coglierti come elemento di una creazione che ha avuto un inizio e che continua ancora, scoprendo che ci si può sentire in rapporto al Creatore se solo sappiamo rispettare e quindi amare tutti quanti gli uomini, quelli vicini alla nostra epoca e quelli lontani nel tempo; piangere e gioire a seconda che individui e popoli soffrano o vivano in pace; vivere insomma per perseguire il Bene e contribuire alla sua realizzazione adottando comportamenti che siano conformati al perseguimento della giustizia.
Platone, infatti, nell’Apologia di Socrate fa dire al suo maestro: «ubbidirò al Dio prima che a voi e fino a quando avrò fiato e ne sarò capace non smetterò di filosofare, di stimolarvi e di comunicare a chiunque mi capiti di incontrare quello che son solito dire: ‘carissimo non ti vergogni di darti pena per diventare il più ricco possibile e di preoccuparti della tua reputazione e del tuo onore, senza curarti né pensare alla sapienza e alla verità, insomma all’anima, per farle raggiungere la perfezione?’»

 

 


Foto in copertina di Stefano Mortellaro