In questo gelido inverno scompare a 107 anni il filosofo, critico d’arte (e artista) Gillo Dorfles. Triestino d’origine, di cui vive la temperie culturale dei primi del novecento a forte impronta freudiana, si trasferisce in seguito a Milano dove studia medicina, specializzandosi in neuropsichiatria.

Esordisce con la pittura, ma è la critica d’arte il campo dove riuscirà ad eccellere, come lui stesso affermerà: “Come critico no, ma come pittore sono stato sempre un dilettante”.

La sua ricca attività letteraria spazia dalle numerose monografie di artisti (Bosch, Dürer, Feininger, Wols, Toti Scialoja), ai saggi sul disegno industriale. Ma il vero capolavoro di Dorfles è indubbiamente Il Kitsch, antologia del cattivo gusto del 1968, testo col quale introduce il concetto di Kitsch nel dibattito italiano.  Con un profilo mai canonico e scontato, ha saputo analizzare la categoria del gusto combinando estetica, linguistica e critica socio-politica.

Ci lascia alle soglie di un appuntamento politico che l’Italia, come accade ormai da troppo tempo, vive con rassegnazione e disgusto, essendo appunto il “cattivo gusto” il vero elemento centrale che domina la nostra fase di decadenza: «Storicamente c’è una correlazione tra l’uso di immagini kitsch e le condizioni di basso impero. Dal caso Ruby in poi, la politica dei nostri giorni molto spesso si avvicina al cattivo gusto».

Instancabile e prolifico, fino allo scorso gennaio aveva inaugurato una nuova mostra di suoi quadri alla Triennale di Milano. Negli ultimi tempi si occupava di alchimia, una sua vecchia passione, e del mistero della Pietra Filosofale. Si camuffava dietro la maschera enigmatica di Vitriol, acronimo alchimistico per Visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem, ovvero “Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta”, invito all’esplorazione della materia e del sé. L’arte gli appariva sempre più come un viaggio verso le “figurazioni dell’inconscio”, un superamento dei limiti del razionale.

Gillo Dorfles, Giardino, 1988, (da bozzetto del 1940), tappeto di lana su ordito di cotone, trama in canapa, cm 140×220