Col XIII canto dell’Inferno Dante ci consegna una delle pagine più sofferte e struggenti dell’intera Commedia. Ci troviamo in un bosco desolato, fitto di rami contorti e spogli, da dove ci guardano torve le arpie: coi loro visi umani, straziano le foglie e affondano gli artigli sui rami, continuamente, lamentandosi come vecchie comari stanche e incattivite. Ma non è il loro lamento quello che domina la selva, piuttosto un lamento più subdolo e straziante che sembra nascondersi dietro ogni tronco. Dante viene portato a credere che dietro le piante si nascondano i peccatori, chiusi e occultati nella loro sofferenza, della quale traspare soltanto la voce.

 

Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.                 24

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.               27

 

 

La spiegazione è tuttavia più complessa, così complessa che Virgilio ritiene superfluo spendere parole a riguardo. Lo invita così a spezzare un ramoscello di una pianta. Molto più efficace il dato empirico che, come spesso accade, in Dante emerge con una concretezza ineguagliabile:

 

Però disse ’l maestro: “Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi”.           30

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. 33

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?        36

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi”.              39

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,                   42

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.      45

 

Dante comprende immediatamente che i peccatori si nascondono non dietro, ma dentro ogni tronco. Peccatori che, pur privati del loro corpo, non perdono la propria carnalità: una carnalità che si manifesta ancora col sangue che sgorga, con la voce che soffia come da un legno verde arso o, come accade in quasi tutti i dannati della Commedia, con la forte carica emotiva con cui raccontano i tristi episodi della loro vita passata. La voce che fuoriesce dlla pianta appartiene a Pier Delle Vigne, politico, letterato e intimo collaboratore di Federico II di Svevia di cui, come ci racconta, ebbe “ambo le chiavi/ del cor“. Vittima delle calunnie dei cortigiani, decise di porre fine alla sua vita all’interno di un carcere. La corporeità dei dannati e la profonda tensione emotiva che li muove si concentra nell’immagine del dannato che, nel  dichiarare la sua innocenza, giura su quel nuovo corpo che gli è stato assegnato (avendo rifiutato il suo corpo umano col suicidio):

 

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.     75

 

Quello che Dante mette in scena è un mito antichissimo, che il Poeta ha senza dubbio letto tanto nelle Metamorfosi di Ovidio quanto nell’Eneide. In Virgilio leggiamo infatti il triste episodio di Polidoro, figlio del re di Troia Priamo, il quale, preoccupato per le sorti della sua città sotto assedio, decide di inviare il figlio (corredato di un ricco tesoro) presso il re tracio Polimestore, amico fidato. Quest’ultimo, tuttavia, non si fa scrupoli ad uccidere il ragazzo non appena viene a sapere della caduta di Troia, così da impadronirsi del suo tesoro.

Nel racconto virgiliano Enea si trova in Tracia e, nell’accingersi a svellere dei rami per adornare un’ara, assiste alla comparsa di “un mostro orribile a vedersi, stupendo a dirsi” (horrendum et dictu video mirabile monstrum).Dai rami rotti, infatti, fuoriescono copiose gocce di sangue che macchiano il terreno. La paura lo assale, ma la curiosità ancor di più, per cui stacca un secondo, poi un terzo ramo. Dal profondo dell’arbusto esce allora un suono straziante e lacrimevole (gemitus lacrimabilis imo/ auditur tumulo et vox reddita fertur ad auris): “O Enea, perché mi laceri così? Perché molesti uno che è morto e sepolto?” (´quid miserum, Aenea, laceras? iam parce sepulto,/ parce pias scelerare manus). Polidoro ricorda ad Enea come entrambi portino lo stesso sangue, ed Enea guarda attonito quel sangue che lui stesso, inconsapevolmente, ha contribuito a disperdersi. Polidoro lo invita a fuggire, a lasciare quella terra dannata ed immonda, e tutta la selva che attornia questa scena si carica di terribili e sinistre atmosfere. Enea si consulta coi suoi uomini e, reso ogni onore funebre al giovane, abbandona la Tracia.

Vediamo le profonde somiglianze fra i due passi, e sarebbe interessante entrare dentro i due testi per osservare dove i due poeti si incontrano e dove invece si discostano. Così come meriterebbe un profondo interesse il profilo psicologico di Pier Delle Vigne; o il gioco di allitterazioni dantesco di cui il XIII canto abbonda (pare proprio in omaggio a Pier Delle Vigne che ne era maestro); o ancora l’analisi della sorte a cui i suicidi sono sottoposti nella selva dantesca.

Cades, Giuseppe – Astolfo trasformato in mirto si rivela a Ruggiero, ultimo quarto del XVIII sec.  Fonte: http://www.orlandofurioso.org/

Tuttavia, in questa occasione ho preferito concentrarmi brevemente sulle suggestioni che, da epoche immemori, gli uomini hanno subito dagli alberi. La natura come elemento di mistero e meraviglia, generatrice di un sublime timore laddove si presenta carica di linguaggi indecifrabili.

Fra questi, il fruscio delle fronde è forse fra i più suggestivi, e non a caso rappresenta un topos comune tanto in ambito letterario (oltre a Virgilio potremmo ricordare Astolfo tramutato in mirto nell’Orlando Furioso, così come il potere evocativo de LInfinito leopardiano) quanto in ambito religioso: era una quercia l’elemento naturale attraverso cui gli uomini ascoltavano il volere divino a Dodona, uno dei più antichi santuari della Grecia; Alessandro Magno (come ci racconta il poema Shahnameh) consultò un albero oracolare in Persia; Dio si manifestò a Mosè come cespuglio ardente. Ma tradizioni di alberi oracolari parlanti sono diffusissime, ritrovandosi in gran parte del mondo arabo, in Armenia, così come in Oriente. Altre volte l’albero da medium per il contatto con la divinità, diventa esso stesso elemento sacro: pensiamo a certi riti cristiani profondamente intrisi di paganesimo che ancora sopravvivono in Sicilia o in Basilicata.

Alessandro e l’albero oracolare, miniatura da Shahnameh di Firdusi, 1430 circa, Oxford, Bodleian Library. Fonte: http://www.engramma.it

 

Ma ciò che accomuna tutte queste vaste ed eterogenee manifestazioni, è la capacità che è stata riconosciuta all’albero di metterci in contatto con una dimensione altra, di portarci “aldilà” della dimensione data ed ordinaria, introducendo nella quotidianità l’elemento metafisico, col suo carico di promessa e di ignoto. Ancora ai primi del Novecento, il crudo verismo verghiano accennava a questa capacità evocativa, descritta con realismo dal sapore dantesco: “accese il fuoco, fra i due sassi del focolare, e si mise a vedere come ardevano le frasche, che facevano una fiammata, e poi soffiavano come se ci dicessero su delle parole” (G. Verga, Pane nero).

Ma proseguendo questo nostro breve viaggio, questo dialogo fra uomini e alberi, approdiamo all’ultima meta letteraria. Una meta che segna, attraverso un progressivo depauperamento di senso, il definitivo abbandono di un universo altro.

 

«Dunque, poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse il significato delle cose; la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso. Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati di noi stessi, non avevamo la minima ragione di essere lì. Ciascuno esistente, confuso, inquieto, si sentiva di troppo rispetto agli altri… di troppo: era il solo rapporto che io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli». 

(J.P. Sartre, La nausea)

 

La radice del castagno si decostruisce ed appare nella sua nudità e gratuità. Non c’è niente al suo interno e a niente rimanda. Eppure resta ancora simbolo, segno, in qualche modo valore. Come Dio resta Dio anche per l’ateo. Ma scompare la dimensione misterica attraverso la quale si poteva esperire un mondo diverso dal nostro, invisibile ed eterno. La suggestione della natura, inquieta e minacciosa, animata da moti inconoscibili all’occhio dell’uomo, si spegne nella concretezza oggettiva del dato. Ma da qui, si sfrangiano inaspettatamente nuove direzioni di senso, la radice del castagno riconomincia a parlare anche a chi non la sa ascoltare, ci comunica ancora una dimensione di realtà che non pensavamo potesse esistere: la radice siamo noi, noi la reggiamo nella nostra “significazione” continua, l’universo altro non è che il nostro universo interiore.