Terzo capitolo di Crete

…et sonus vocem velavit voxque mentes.

Tertius Umbrius, Pulvis mundi, 401, LibIII

La polvere divorò la città.
L’eco sembrò infinito in quel secco pomeriggio d’autunno, il giallo, l’arancio, il rosso, risuonarono intensi con lo scalpitio degli zoccoli.
Da giorni ad orari imprevedibili, soldati e cavalieri attraversavano la città. La sfioravano, lasciando in aria terra e stupore.
Confusione ai confini del sacro impero, ribelli da placare con l’aiuto dello spirito santo e di mercenari ben remunerati.
Brizio sentì il trambusto da lontano, intento a raccogliere castagne nel fitto bosco sottostante la città. Si avventurava solitario, nel sottobosco, noncurante di cinghiali e lupi, famelici e raminghi.
Raggrinziti cervelli vegetali, farinosi ed allappanti, erano la pietanza preferita di Brizio, ma solo dopo essere stati resi fumanti e profumati dalla brace di cui la madre si prendeva cura.
Croccanti al primo fendere di canini, si scioglievano in una pasta morbida che valeva qualunque fuga da cinghiali al limitare del bosco.
Il fuoco spargeva la fragranza per l’aria fredda dell’autunno, che quel sole cercava di riscaldare fin quando avesse forza sufficiente.
Elena si era rassegnata ormai alle scappatelle del figlio in cerca dei frutti, fatalista, da buona cattolica, ma con in fondo il tremendo dubbio che tutte quelle preghiere scagliate in cielo non facessero altro che ricadere in infecondi semi disperati.
Il cesto era pieno a metà, la foresta copriva il suo silenzio con le voci rauche di insetti da sottofondo.
La fagiana si aggirava intorno a Brizio non avendo del tutto compreso quella strana abitudine degli uomini di raccogliere, immagazzinare cose che potrebbe essere ingurgitato lì sul posto, noncurante del dopo, del tempo futuro.
I fagiani non coniugano i tempi, come i cinesi.
Due rumori si sovrapponevano, il frinire tenue della foresta autunnale e lo scalpitio lontano dei cavalli mercenari, ma un terzo di difficile identificazione sembrava sprigionarsi vicino; un albero, un animale, il vento tra le fronde accondiscendenti. Brizio più curioso che spaventato cercò l’origine del suono e la trovò in una piccola radura a metà lambita dalla luce del giorno novembrino.
I suoi occhi di carbone ed ardesia erano aperture su un abisso, incastrate in un viso scarno, a sua volta avvolto da un cencio di colore incerto, che dal capo scendeva sino alle caviglie, quasi sfiorando i piedi, poggiati su sandali sgualciti. Le unghie dei piedi immobili, artigli degni di astori, le mani in movimento perenne in sincronia imperfetta con le parole; masse fonetiche indecifrate.
Di fronte accovacciati in puro silenzio stavano ad ascoltarlo pochi individui, coperti delle stesse tuniche grezze, macchie amorfe, rocce morbide e lanose.
La predica era incomprensibile per Brizio e a dire il vero lo sarebbe stata per chiunque. Le invettive gridate con voce da baritono, passavano dal volgare al latino all’aramaico mescolandosi in un nuovo ibrido, dall’alto potenziale interpretativo.
“In die illo lo mundo sarà testimonio de tua ira, d’khemt’aa aaloh b’kianuotaa aaloh1… Parole vane, mei fratres! Testimoni de ira solo i nostri cuori erunt idemque solo illos fabra destini.”
Brizio memorizzava senza comprendere, registrava come duttile golem.
“Adora quod incendisti, incende quod adorasti. Così l’homo salta de rogo in rogo per non ardere illum ipsum.”
Le parole arrivavano veloci su Brizio e solo alcune si appiccicavano spalmandosi, altre rimbalzavano elastiche o volavano via come scintille da folle vampa.
Mitemente perentori e ieratici, i suoni avevano tono paternale, tristezza modulava la voce, rassegnazione nonostante la supposta violenza dei significati.
Quell’abisso negli occhi era sceso così in fondo da trovare che laggiù non c’è che vuoto, altro che fiamme e forconi.
“Accidia, accidia morbus est per nostre membra idemsque mentes. Illic oscuritas, hic magis. Questo mundo, bleluurós katóptron ákrou2, diforma l’anima que universum cinget… ”
Sentiva gli spigoli aguzzi del greco fendere il fluido scorrere dell’aramaico sul quel miscuglio basaltico di latino e volgare, pur senza dare un nome all’incalzare di idiomi che non conosceva.
Non emettevano il minimo suono gli ascoltanti, i rozzi vestiti formavano larghe pieghe che celavano persino il respiro.
Nessuno sembrava curarsi di Brizio ancora la limite del bosco, la fagiana, curiosa come non mai, si avviò verso la congrega a disturbare l’incedere della predica, già di per se insicura.
“Giovane!”, gridò dal suo pulpito inesistente il predicatore. “Si, tu. Pensavi non ti avessi notato, non mi sfugge niente, sarei già morto e in qualche galera se no fosse così.”
“Non volevo disturbarla, anche se non ho capito nulla di ciò che ha detto, mi sembrano belle parole…E poi stavo per tornare a casa, il sacco è già pieno di castagne!”
“Castagne? Avvicinate e dammene una, ti dispiace?”
“No, no. Eccola.” Brizio oltrepassò l’ombra fitta del bosco e lancio la castagna al predicatore grigio.
La prese al volo con un movimento rapido che poco si addiceva alla figura mesta e solenne.
Ne divelse la buccia liscia con accurato gesto e la morse.
“Crudo questo che sembra un seme si attacca al palato e lascia in bocca solo un presagio della sua bontà. La pelle che lo ricopre solletica la lingua e le labbra ma resta lì, come uno panno sottile che altera il gusto.
Abbiamo quindi bisogno del fuoco. La brace, si, le dona sapore. Il guscio, scuro e liscio, si raggrinzisce ed apre. L’interno farinoso si tende, rompe il suo vestito di velluto e dona ai sensi tutti la delizia del suo sapore.
Ma attento! Se la lasciassimo troppo a lungo sul fuoco diventerebbe nera ed immangiabile, se avessimo fretta resterebbe insipida come raccolta.
È questo che vado delirando in lingue strane, un fuoco deve ardere per dare vita ad un uomo nuovo, un fuoco dentro che gli altri possano vedere anche da fuori, così da bruciarne. Come la brace, tutto parte da una scintilla e si trasmette da legna a legna.
Ecco, cerca di ardere, mio caro, ma controlla il tuo fuoco, se la vampa è troppo alta rischi di incenerirti se troppo bassa avresti bisogno di più vite per sentire il suo calore. Ognuno controlla il fuoco a modo suo, alcuni lo spengono impauriti e passano il resto della vita a riaccenderlo, altri pensano che sia tutto sotto controllo e si ritrovano carbone. Pochi, a dire il vero, hanno disciplina ed arguzia sufficienti per evitare gli estremi, per cuocere quella castagna al punto giusto, cuochi provetti dell’anima…”
Brizio si sentiva confuso, la grandine di parole, seppur ora riconoscibili, non aveva perso di intensità.
“La mia anima è una castagna?”, si chiese. “Devo chiedere a mia madre di cuocerla per me?”. Un anima da poco raccolta da terra, liscia e sciapa, non osò emettere suono.
“Sembri perplesso e lo sarei anche io se un folle in tunica mi investisse di metafore e parole incompresibili in mezzo ad un bosco un pomeriggio d’autunno. Torna a casa e chiedi a tua madre di cuocerle per benino queste delizie…”
“Si, signore, grazi..e…Vado, ma priii..ma una sola doma..nda,”, cercava di formulare le frasi, incerto, “perchè prima parlava così strano e con me ha cambiato lingua all’improvviso?”.
“Semplice, allora non mi avresti capito…”, rise di gusto. “Ti starai chiedendo perché parlo con loro in quel modo…Ebbene è la nostra maniera di comunicare, abbiamo letto troppe carte ed abbiamo mischiato tutto dentro di noi, chissà quanto coerentemente.
Ecco, mio caro, quel che ti dicevo, noi siamo arsi troppo in fretta ed ora è tardi per spegnere quel fuoco.”

 

1. aramaico: rabbia di dio giustizia di dio.
2.greco: sporco specchio dell’alto

 

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