Quinto capitolo di Crete

 

Da dove escono le sillabe,
da dove scaturisce il pensiero
se i tuoi occhi non hanno più una testa che li regga?

Anonimo persiano, Il canto delle acque

 

Pollice ed indice stretti la tenevano per la coda con decisione, il braccio arcuato faceva si pendesse perpendicolare al piano della bocca.
Il capo si reclinava di un angolo che permettesse al copricapo cilindrico e basso di non ribaltarsi e ruzzolare sul pavimento bagnato.
Un sobbalzo avrebbe rovinato tutto, l’oscillazione sarebbe potuta essere fatale per le dita unte, la shashìa fin ora sull’orlo del precipizio si sarebbe permessa il lusso di cadere.
Ma Zenone non si lasciò sorprendere, vestito di raso nero dal collo alle caviglie, nero orlato di nero, barba nera ritagliata sul viso dalle rughe ancora accennate.
I denti si ricoprirono lentamente di bava, secreta per l’eccitazione del morso a venire.
Le labbra fine e scure tintinnarono dolcemente, spasmi minimi di nervosa ingordigia.
Lo sguardo si rivolse ad una angolo rasente a contrastare l’inclinazione della testa.
Le orecchie, persino, erano tese a seguire il fluire regolare dei rumori attorno, alterazioni comprese, fluttuazioni incluse.
I piedi si muovevano con circospezione a tastare l’irto suolo cittadino.
Muscoli addominali contratti a smorzare l’usuale impeto di cui il corpo era inconsciamente pervaso.
Il secondo braccio parallelo al suolo, diritto puntò lateralmente, a lui si affidava l’equilibrio poco stabile del momento. A lui si ancorava la verticale, sicura percezione della retta.
Il primo braccio, primo per contingenza, si avvitò sempre più su se stesso, avvicinando il prezioso agglomerato di grasso e proteine alla lingua, ai canini pronti a divellere, ai molari in fila per pestare, al palato quieto ad accogliere il trito composto.
L’ugola non emise che un raschio, un sibilo aspro, un gorgoglio rotto, un balbettio inconsistente generato dalla postura inconsueta e protratta.
Se la città fosse svanita d’improvviso, se non ci fossero stati che il cielo livido e il vuoto fin dove si perde lo sguardo, se una fune fosse comparsa sotto le piante dei piedi tesa tra gli opposti di questa terra, Zenone non lo avrebbe notato, il suo incedere cauto non avrebbe risentito di alcuna influenza, concentrato su quel piccolo accumulo di desiderio.
Una goccia di grasso colò e, subito catturata dalla brezza, virò a est. La lingua, come un serpente in agguato, rapida si allungò, srotolò il suo potenziale e agguantò in aria i lipidi in fuga.
Un tuono rombò repentino, da caverna lontana, da distanza indeterminata, indeterminabile. Veniva forse da dentro, da giù, da lì in fondo al tubo digestivo, il rombo era un richiamo, un invito, un canto ammaliante di orco.
Arrossì Zenone ma non si scompose, arrossì all’udire il suo ventre parlare con voce roca. Le pupille rotearono, controllarono alla meglio il loro raggio d’azione, pudico sbuffo di intimità.
“No, ti prego!”.
Zenone sobbalzò, pensando di essere l’unico per strada data l’ora tarda.
“Non sono tanto buona, ti assicuro”.
Si voltò rigidamente vista la posizione plastica che aveva assunto, alla ricerca dell’origine di quelle parole.
L’aringa, pendente già sull’orlo delle labbra, stava per essere sommersa dalla bava schiumante
Restò impalato per pochi secondi, nella stradina vuota senza alcun segno di movimento.
“Che abbia esagerato con lo stramonio quest’oggi?”, il lucido pensiero del Caffaro emergeva in ogni occasione.
“Hai un alito indecente, mi stai uccidendo, che piacere si prova ad addentare un’aringa morta?”.
Zenone, che stava per mollare la presa del pesce decapitato, cedette e quasi barcollò. Non poteva certo credere che un’aringa senza testa parlasse. Se ne fosse ancora provvista magari, ma così senza neanche la bocca…
Il tricipite protestava per la lunga posa e così il braccio ritornò ad una postura più naturale. Ora Stramonio e l’aringa potevano guardarsi faccia a faccia, metaforicamente, ben inteso.
La voce continuò il suo sproloquio, “Bene, finalmente! Ci mancava poco che mi maciullassi con quei dentacci!!”.
“Brizio, esci fuori. Lo scherzo è durato abbastanza…”
“Brizio? Non esiste nessuna aringa di nome Brizio.”
“Dai, non mi fare impazzire, lo so devo bere meno e smetterla con quei fiori, ma non è il momento”.
Si mosse, guardando nei viottoli alla ricerca…niente. Alzò lo sguardo alle finestre e davanzali; silenzio.
L’aringa che aveva in mano si dimenò tra le dita, sguizzò, planando sul pavimento. Zenone, tra la curiosità e l’incredulità, la raccolse e arrendendosi all’inverosimile realtà di cui era testimone, disse: “Mi arrendo mi arrendo, ma ora cosa dovrei farci con te? Ti butto nel fiume, ah no, ma tu sei un pesce di mare…”
“Non, non buttarmi da nessuna parte. Mare o fiume, avrei vita breve. Tienimi qua, un bel bottiglione di vetro riempito d’acqua e non darò fastidio.”
“Hmmm, ma gli altri penseranno che sono pazzo…a dire il vero lo pensano già…a tenere un’aringa senza testa in casa dentro una bottiglia.”
“Ti capisco Zenone, ti prometto che non fiaterò quando altra gente sarà in casa. Non si accorgeranno neanche che sono lì.”
“Non so perchè sto dando retta ad un pesce parlante senza testa, ci sto…La prima malacumparsa, non se voi aringhe capite il siciliano, e ti lancio dalla finestra!”, fu d’accordo Zenone.
Rise l’aringa di gusto e rassicurò Zenone che non avrebbe permesso che il paese avesse altre ragioni per sparlare di lui.

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