In una delle più belle pagine de La Prisonniere, Marcel Proust ci offre una coloratissima descrizione dei “richiami” di venditori e artigiani parigini (i cosiddetti “cris des Paris”)con quella loro capacità particolare – ma al tempo stesso universale – di insinuarsi lentamente dentro le nostre mura, dandoci un misto di conforto e fastidio (si veda a proposito l’abbanniata (1) arabeggiante di L’ambulante del gruppo siciliano Tinturia), introducendo di soppiatto l’elemento popolare nelle nostre vite spesso irrigidite da convenzioni e routine borghesi. Ed è forse proprio quella domestica la dimensione da cui più si apprezza la forza vitale che pulsa in questi gridi; solo allontandoci nello spazio o nel tempo, paradossalmente, riusciamo a cogliervi sfumature che dalla strada non possiamo notare.

Mi ha colpito scoprire una vita popolare così ricca e pittoresca nella Parigi dei primi del Novecento, città all’avanguardia che vedeva il progresso avanzare a grandi falcate: sono gli anni della metropolitana, del telefono, dell’automobile, tutti echi di modernità che la Recherche proustiana documenta nel loro progressivo imporsi sulla società. Ma accanto e dentro questa nuova città dirompente continuava a vivere, tanto nei quartieri popolari quanto in quelli aristocratici, una vitalità artigiana e mercantile ricchissima.

Con lo stile ironico ed elegante che lo contraddistingue, Proust azzarda l’accostamento dei registri popolari a quelli colti della musica gregoriana o a certe cadenze metriche, così come si stupisce nel ritrovare mesti sentimentalismi degni della migliore musica tardo-romantica francese. Si tratta di un procedimento col quale ci si imbatte molte volte nel corso della Recherche, ossia la capacità di scoprire la meraviglia nel quotidiano, decriptando alcune espressioni nei volti di sartine o lattaie, o descrivendo gli archetipi storici nascosti nelle movenze con cui certe dame usavano sporgersi dai palchetti di teatro.

L’arrivo dei gridi di strada si trasporta le suggestioni e i colori di mattine calde e primaverili, le sfumature di un sud Italia trasognato e bucolico:

[…] encore à demi endormi, ma joie m’apprit qu’il y avait, interpolé dans l’hiver, un jour de printemps. Dehors, des thèmes populaires finement écrits pour des instruments variés, depuis la corne du raccommodeur de porcelaine, ou la trompette du rempailleur de chaises, jusqu’à la flûte du chevrier, qui paraissait dans un beau jour être un pâtre de Sicile, orchestraient légèrement l’air matinal, en une «ouverture pour un jour de fête » (2)

[…] ancora mezzo addormentato, appresi dalla mia gioia che c’era, interpolata nell’inverno, una giornata di primavera. Fuori, motivi popolari finemente composti per vari strumenti, dal corno del conciabrocche alla tromba dell’impaglitere di sedie e al flauto del capraio, che grazie al bel tempo sembrava un pastore siciliano, orchestravano lievemente l’aria mattutina in una “overture per un giorno di festa”. (8)

L’orchestra mattutina dispiega tutta la sua variegata ricchezza canora, tutte le sue sfaccettate identità e umanità:

Ici c’était bien encore à la déclamation à peine lyrique de Moussorgsky que faisait penser le marchand, mais pas à elle seulement. Car après avoir presque “parlé” «les escargots, ils sont frais, ils sont beaux», c’était avec la tristesse et le vague de Maeterlinck, musicalement transposés par Debussy, que le marchand d’escargots, dans un de ces douloureux finales par où l’auteur de Pelléas s’apparente à Rameau «Si je dois être vaincue, est-ce à toi d’être mon vainqueur?» ajoutait avec une chantante mélancolie: «On les vend six sous la douzaine.»(3)

Anche quel venditore faceva pensare alla declamazione appena lirica di Mussorgskij, ma non ad essa soltanto. Infatti, dopo aver “parlato” o quasi: “Sono fresche, sono belle le lumache”, era con la tristezza e l’abbandono di Materlinck, musicalmente trasposti da Debussy in uno di quei finali dolorosi che avvicinano l’autore del Pelléas a Rameau – “Se devo essere vinta, toccherà dunque a te d’essere mio vincitore?” – ch’egli aggiungeva in un accesso di cantabile malinconia: “Sei soldi, sei soldi una dozzina”. (8)

Al mesto venditore di lumache, seguono con contegno il venditore d’abiti e il venditore di carciofi:

Dans sa petite voiture conduite par une ânesse, qu’il arrêtait devant chaque maison pour entrer dans les cours, le marchand d’habits, y portant un fouet, psalmodiait «Habits, marchand d’habits, ha… bits» avec la même pause entre les deux dernières syllabes ‘d’habits’ que s’il eût entonné fen plain-chant «Per omnia saecula saeculo…rum» ou «Requiescat in pa…ce» bien qu’il ne dût pas croire à l’éternité de ses habits et ne les offrît pas non plus comme linceuls pour le suprême reposa dans la paix. (4)

Nel suo barroccino tirato da un’asina, che fermava davanti ad ogni casa per entrare nelle corti, il mercante d’abiti, reggendo una frusta, salmodiava: “Vestiti, vendo vestiti, vesti…ti”, con la stessa pausa fra le due ultime sillabe di “vestiti” che se avesse intonato in canto piano: “Per omnia saecula saeculo…rum”, o “Requiesca in pa…ce”, sebbene non credesse di certo all’eternità dei suoi abiti e nemmeno li offrisse come sudari per l’estremo riposo nella pace. (8) 

 

[…] une marchande de quatre-saisons, poussant sa voiturette, usait pour sa litanie de la division grégorienne: “À la tendresse, à la verduresse/ Artichauts tendres et beaux /Artichauts” bien qu’elle fût vraisemblablement ignorante de l’antiphonaire et des sept tons qui symbolisent, quatre les sciences du quadrivium et trois celles du trivium. (9)

un’erbivendola, spingendo il suo carretto, usava per la sua litania la partizione gregoriana: “Roba fresca, roba buona / teneri e belli i carciofi / i carciofi” pur essendo verosimilmente ignara dell’antifonario e dei sette toni che simboleggiano, quattro le scienze del quadrivio e tre quelle del trivio. (8)

 

E infine, a chiudere il corteo, seguono l’arrotino («Couteaux, ciseaux, rasoirs.» – “Coltelli, forbici, rasoi”) e lo stagnino («Tam, tam, tam,/ c’est moi qui rétame, /même le macadam, / C’est moi qui mets des fonds partout, / qui bouche tous les trous, / trou, trou, trou» – Tam, tam, tam/arriva lo stagnatore / che aggiusta anche il macadàm / che tura tutti i buchi, / tutti i buchi che vuoi tu, / tru tru tru”). (8)

Una vitalità di strada meravigliosa che accomunava Parigi alle altre grandi città dell’Occidente e in certa misura del mondo arabo, lasciandoci intuire le radici profonde che collegavano certi tratti comuni degli uomini e delle loro culture.

L’innocenza pittoresca dei “gridi” descritti da Proust, nella loro semplicità ed allegria, si intorbida se guardiamo in controluce certi richiami e li mettiamo in raffronto al contesto psicologico in cui il Narratore si trova a vivere, prigioniero ed aguzzino al tempo stesso della donna amata. La salacità dei doppi sensi smaschera l’inquietudine in cui il Narratore veniva trascinato all’udire le voci di strada, “simbolo dell’atmosfera esterna, della pericolosa, tumultuosa vita dentro la quale consentivo a lei [ad Albertine] di circolare, in un prolungamento esteriore del sequestro, unicamente sotto la mia tutela, a cui tornavo a sottrarla, all’ora da me voluta, per farla rientrare accanto a me”.  Ad Alberto Beretta Anguissola va il merito di aver decifrato questo “moderno canto delle sirene che seducono, eccitano e pervertono Albertine”. Ad esempio, nel “grido” per le carote “Voilà des carottes/ A deux sous la botte” (“Ecco qua le carote/ due soldi un mazzo le carote”) (8) possiamo evidenziare come in argot con la parola “carotte” si indichi il pene, mentre “botte” è impiegato nella locuzione “proposer la botte” che “significa invitare una donna a fare l’amore” (5). Retroscena inquietante ma che conferma, ancora una volta, la ricchezza polifonica di un mondo eterogeneo e ricco, certamente poco noto e spesso svilito.

Infatti, al di fuori dell’universo proustiano, pochi hanno gettato uno sguardo attento a queste voci di strada, e quei pochi hanno perseguito un taglio più documentaristico- etnografico che letterario-musicale. Una sensibilità, quest’ultima, che invece coltivò il musicista e presbitero Clément Janequin, avendo egli composto nel 1530 circa una canzone a quattro voci dal titolo Voulez ouyr les cris de Paris, nella quale inserisce oltre quaranta cris des merchands: si va dal vino (Vin blanc, vin cleret, vin vermeil à six deniers – “Vino bianco, vino chiaretto, vino rosso a sei denari”), a verdure come il lapazio e gli spinaci (Ma belle oseille, les beaulx espinards! – “Il mio bel lapazio! Che belli gli spinaci!”), alla mostarda (Moustarde, moustarde fine!), e molto altro.

Eppure, con le loro declamazioni talvolta sofferte e sospirate, apparentemente inadeguate al compito che devono ricoprire, i venditori ambulanti hanno contribuito a dare forma e colore a molte città sin dal Medioevo, con la progressiva nascita (nelle Fiandre e in Inghilterra) delle prime gilde. In un’epoca in cui la popolazione era a maggioranza rurale e la rivoluzione industriale era ancora lontana, la gran parte degli oggetti della vita quotidiana erano legati a figure di artigiani i quali, per incrementare i loro guadagni, portavano la merce (e la loro competenza) per le strade, declamando ad alta voce i servizi offerti per un motivo semplice che ben riassume questo detto siciliano: “Robba abbanniata, menza vinnuta” (Merce ‘declamata’ per metà è già venduta).

Vi si trovava di tutto: cibi di ogni tipo, sia cotti che crudi, artigiani capaci di riparare praticamente qualsiasi utensile, e poi c’era la splendida figura del colportore, carico di libri, riviste, tessuti, icone, stampe, fiori finti, unguenti, pomate, pozioni, coltelli, giocattoli, cianfrusaglie e chincaglierie esotiche.

“Le colporteur”, dipinto del pittore belga Gerard Portielje (1856 – 1929).

Il successivo capitalismo industriale, con l’accentramento del lavoro nella fabbrica, la riduzione dei costi e l’aumentata capacità tecnica di riprodurre gli oggetti, ha segnato il declino dell’artigianato, ma non la sua fine. Nell’immaginario delle fasce meno abbienti (e non solo) gli oggetti erano ancora qualcosa destinati a durare, e richiedenti quindi anche numerosi interventi di riparazione. Si spiegano così le figure che sono approdate fino ai nostri giorni come stagnini, arrotini, calzolai, siggiari (costruttori/riparatori di sedie). Tuttavia, l’avvento del capitalismo moderno e il mercato libero hanno accelerato questo declino grazie all’esubero della merce sul capitale (e sulla domanda stessa), una merce deperibile ma a buon mercato che il cliente preferisce ricomprare anziché riparare.

Nonostante il progressivo ridimensionarsi della necessità dei venditori ambulanti, con la loro progressiva estinzione dalle grandi capitali europee come Londra o Parigi, ancora oggi non è raro incontrarli nelle città del Sud Italia, periferie dell’impero dove certe tradizioni fanno più fatica ad essere sorpassate.

Fino a qualche anno fa, ricordo un venditore di biancheria intima e da letto (figlio a sua volta di un altro venditore di biancheria intima e da letto!) che nel suo girovagare tramite littorina (il trenino che circumnaviga l’Etna) passava anche da Biancavilla, sempre carico di coperte che lo trasformavano in un telamone stanco e invecchiato, con la barba ispida, gli occhiali spessi a rimpicciolirgli gli occhi, un sudore continuamente grondante. Il suo canto suonava all’incirca così: “Calzetti per uomo! Collanti!/ Maglietti per la stagione!” chiudendo con un endecasillabo scalpitante: “Calzetti, calzettini e calzettoni!”. Ma ce ne sono ancora molti che ancora oggi vanno in giro, dall’evergreen “Haju patati, cipuddi, mulinciani” (e via dicendo… dov’è finita l’iperspecializzazione di una volta?!) all’altrettanto classica formula “I piessichi! A n’euru i piessichi!” (Le pesche! Ad un euro le pesche!”), con successiva variatio ad libitum per gli altri prodotti (6).

Non meno classico è il venditore di cocco della spiaggia, anche questa una figura con radici molto antiche. Già nella Francia del XIX secolo il mercante di cocco, definito dalla rivista Les Français peints par eux-mêmes del 1876-78 come la figura professionale più calma e rispettosa delle tradizioni dell’intera Francia, ci invitava al grido «Coco, coco, coco frais! Qui veut du coco?» (“Cocco, cocco, cocco fresco! Chi vuole del cocco?”) che ha anche dato il titolo ad una novella di Guy de Maupassant. Con le dovute differenze, dopo aver pazientemente rimosso tutti i dettagli che conferivano un fascino poetico al marchand du coco, le sue competenze artigianali e dopo aver aggiunto per contorno l’alone della Camorra e un piccolo frigo portatile, arriviamo al nostro “uomo del coccobello”, come a volte l’ho sentito chiamare, ritrovando, quasi intatti, gli stessi ritornelli tesi a sedurci con la loro promessa di freschezza e ristoro.

 

Ma per avere una vaga idea della Sicilia pre-consumismo (e di tanti altri “pre-“) possiamo attingere al ricco ritratto di Palermo che il giornalista e fotografo Ermanno Biagini ci ha lasciato in un articolo del 1938 (7). Anche qui, il quadro appare non meno colorito e variegato di quello che poteva offrirci la Parigi proustiana, con quel sorprendente pluralismo di individualità professionali, ciascuna ben definita e levigata dall’applicazione di pratiche secolari.

C’era ad esempio l’acquaiolo (“Acquaaa! Ma chi è gilatu, cu lu zammù: chi l’haju frisca!” – Acqua! Ma che è un gelato, con l’anice: come ce l’ho fresca!) che con destrezza e rapidità vi porgeva un bicchiere d’acqua fresca (ripassandone il bordo con un mezzo limone) e una spruzzata d’anice.

Con un accostamento tutt’altro che casuale, accanto all’acquaiolo stava spesso il venditore di frutta secca: “Cu’ sali e senza sali l’haiu d’a nostra! Nuciddi e favi: càvura a’ simenza! (“Col sale e senza sale ve la do nostrale! Nocciole e fave: calda è la semenza!”).

E poi c’erano figure che ancora oggi dominano la scena in Sicilia occidentale: il “panellaro” («Pani e panielli càvuri!»), il “cacciuottaru” (venditore di cacciuotti, pagnotte a forma di rombo ripiene di frattaglie) il quale, se si sottospecializzava nella vendita di milza, prendeva  il nome di “vinnituri di pani ca’ mièusa ». Il suo grido caratteristico era: «Pani càvuru c’a mièusa! Cacciuotti! Càvuri sù!» (“Pane caldo con la milza! Cacciuotti caldi!”). E poi ancora lo “stigghiolaru” (il venditore di “stigghioli”, involtini di budello di agnello o capretto) che declamava con lapidaria ma incisiva semplicità: «Stigghioliiiii!». C’era poi il “babbaluciaru”, venditore di lumache, che ti invogliava tramite inserzioni di ricette nel contesto della sua réclame: «Tutti chi corna fora sù sti babbaluci! C’u pitrusineddu! C’u picchiu pacchiu!» (“Tutte con le corna di fuori sono queste lumache! Col prezzemolo! Con pomodoro e cipolla!”).

E ancora, il grido salace e pungente del venditore d’aglio, «Ci vonnu l’agghi p’i vicini! A menza lira la trizza, l’agghi!» (“Ci vogliono gli agli per i vicini! A mezza lira la treccia, gli agli!”) ci rimanda a quel tipico clima di diffidenze e invidie dei piccoli borghi contadini, ritratte mirabilmente da Verga, come quando ci dice che Turiddu sostava sotto la finestra dell’amata, e lei gli apriva le ante, “e stava a chiacchierare con lui ogni sera, che tutto il vicinato non parlava d’altro”. ‘Per te impazzisco” , le diceva Turiddu, “e perdo il sonno e l’appetito”. “Chiacchiere” le rispondeva lei arrossendo (10).

 

È un mondo ormai tramontato, ma che vive ancora, dentro di noi, trasformato e riadattato ai tempi. Aldilà delle numerose differenze sia estetiche che sostanziali, il cambiamento forse più drammatico sta nel fatto che i moderni venditori raramente esprimono una competenza artigianale o un sapere che come tale possa essere anche tramandato; degradati a semplici “mercenari”, ne viene dequalificato l’orgoglio professionale che in passato certe figure provavano, come testimonia il detto siciliano: «U figghiu d’u crivàru fa i criviceddi nichi», e cioè il figlio del produttore di setacci fa dei piccoli setacci, segno che segue già le orme del padre.

Rimpiangerli in maniera acritica significa non comprenderne la dimensione pratica che svolgevano e che oggi non potrebbero più avere; viceversa, trattarli con indifferenza o, peggio, con snobismo, equivale a privarsi della possibilità di guardare a certe radici, come resti archeologici parzialmente sommersi che fanno timidamente capolino fra la vegetazione. Ma significa soprattutto non cogliere l’importanza di uno stravolgimento brutale ai danni di intere popolazioni le quali, nell’arco di pochi decenni, hanno rinunciato alle identità di centinaia d’anni.

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(1) Non è facile tradurre il verbo abbanniari (anche banniari vanniari), la cui etimologia, stando alle fonti poco certe a cui mi è capitato di attingere, risiederebbe nel verbo βαίνω (andare, camminare); questo verbo infatti esprime non soltanto il gridare ad alta voce presentando e publicizzando la merce, ma anche da più parti (la parola “parte” non a caso si dice banna).
(2) M. Proust, A la recherche du temps perdue. La prisonniere. XI vol, ed. Gallimard, p. 143.
(3) ivi, p. 145.
(4) ivi, p. 146.
(5) Commento di Alberto Beretta Anguissola alla Prigioniera nell’edizione dei Meridiani Mondadori (Alla ricerca del tempo perduto, vol. III, p. 964).
(6) A proposito di variatio, sempre Proust notava: “Certes, la fantaisie, l’esprit de chaque marchand ou marchande, introduisaient souvent des variantes dans les paroles de toutes ces musiques que j’entendais de mon lit. Pourtant un arrêt rituel mettant un silence au milieu du mot, surtout quand il était répété deux fois, évoquait constamment le souvenir des vieilles églises”. (ivi, p. 146) (“Certo, la fantasia, lo spirito di ciascun venditore o venditrice introduceva spesso delle varianti nelle parole di tutte queste musiche che ascoltavo dal mio letto. Ma un arresto rituale, che metteva un silenzio nel mezzo della parola, evocava costantemente, soprattutto quando veniva ripetuto due volte, il ricordo delle vecchie chiese”) (8).
(7) E. Biagini, Venditori ambulanti delle vie palermitane, “Le Vie d’Italia” (luglio 1938), edito da Touring Club Italiano.
(8) Traduzione di Giovanni Raboni.
(9) M. Proust, A la recherche du temps perdue. La prisonniere. XI vol, ed. Gallimard, p. 147.
(10) G. Verga, Cavalleria Rusticana.