[…] perché la debolezza è la forza e la forza è niente.
Quando l’uomo nasce è debole e duttile.
Quando muore è forte e rigido
così come l’albero mentre cresce è tenero e flessibile
e quando muore è duro e secco.
Rigidità e forza sono compagne della morte,
debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.

Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij

 

Va da sé che tutta la vita equivale ad irrigidirsi, ovvero a crescere, farsi le ossa, avere delle spalle larghe, una buona muscolatura, e poi dei vestiti solidi e caldi, una casa sicura, forte, alta, enorme, con attorno un giardino, un campo, una tenuta, attorniata da siepi, muri bassi, muri alti, muraglioni su cui cresce l’edera, il filo spinato, su cui poggiano i cannoni, lucidi, da cui escono delle palle così tonde ma così rigide. Rigida è la morte e ciò che è rigido può portare morte, ma dare morte può creare vita, in un ciclo contorto che non può dipanarsi, perché è lo stesso identico, quasi banale, cerchio. La duttilità crea e genera vita, bruciando alla fiamma della rigidità. Si creerà vita finché ci sarà debolezza ad alimentarla. Esiste poi una debolezza nascosta, che già da molto si è trasformata, senza mutare fattezze, in una particolare rigidità fatta di spine e mani sudate, si tratta di una debolezza che impietosisce e commuove, ovvero ti muove, debolezza che è quindi una forza capace di muovere gli animi: i deboli si vendicano spostando le cose o le persone senza neanche toccarle, con dei fili invisibili ma tenaci come quelli per sutura.