Disse Zakariya volteggiando le mani in aria per scacciare alcune sadiche mosche ostinate. “Qui nel deserto non si sta male in fondo, qualche turista tranquillo, pochi scocciatori, ma la verità è che non saprei cos’altro fare, non ho scelta”

NON HO SCELTA

tre parole che continuano a risuonarmi in testa anche qui, ormai lontano dalle dune del Sahara, seduto sul soffice divano blu, tra le mura colorate della mia nuova confortevole dimora.
E mi arrovello sul reale significato di questa breve sentenza, tesa tra l’alibi e la rassegnazione, continuandomi a chiedere: ma chi di noi ha scelta?

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Certo se sei un berbero del deserto, un paria di Bangalore, una dolce fanciulla di Kabul o un inuit groenlandese l’interrogativo diventa forse marginale, le priorità potrebbero davvero essere altre.
Ma il privilegio di costruire una vita libera mi appare, ahimè, merce rara anche a queste latitudini dove all’insegna di vessilli  di democrazia, progresso e prosperità ci travestiamo da paladini della libertà senza davvero accorgerci che i vincoli della società, le sue infide sovrastrutture, il suo arrogante schematismo non ci consentono di rompere davvero le redini a cui siamo legati. E poi, c’è quell’elemento, ancora più subdolo e latente, che ci impedisce l’ulteriore slancio.
E’ un elemento antico, atavico addirittura incrollabile:
‘Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso’
Il primo principio della dinamica recita così; e noi da buon chierichetti fisici lo eseguiamo, crogiolandoci nella nostra quiete o nel nostro lento moto; ogni tanto qualche piccola perturbazione ci consente di sentirci più vivi ma non è così potente da farci cambiare rotta e quella forza che ci darebbe davvero una svolta, rompendo questa dannata inerzia, stenta sempre ad arrivare.
Nel mezzo del cammino della mia via vita, la ripercorro allora virtualmente e noto come essa sia fluita attraverso dei canali in apparenza ancora da modellare ma già da tempo in fondo solcati; tracce a volte più marcate e a volte solo abbozzate seppur sempre irrimediabilmente univoche e delineate.
L’illusione di una decisione autonoma si infrange nella costatazione della sua latente immobile inerzia, nella triste attuazione di un moto rettilineo uniforme, stanco e ripetitivo.
E al pari di Zakariya, anche io in fondo mi sento senza possibilità di scelta.