Il 18 settembre del 2014 fu il giorno del mio 27esimo compleanno. Sicuramente quel giorno avrò pensato che stavo invecchiando ma anche che ero ancora piuttosto giovane. A parte tali pensieri ciclici non ricordo molto di quel giorno, ad esempio non so come e se io abbia festeggiato il mio genetliaco. Ma c’è tuttora un ricordo che non si sbiadisce: la mia speranza nei risultati del referendum in Scozia. Speranza nella vittoria di un Sì. Non sono un esperto di politica britannica, né di politica estera, né tanto meno di politica tout court. Ma ai tempi era a favore di un . I motivi erano forse più istintivi che razionali: l’antipatia che provavo per la regina Elisabetta (soprattutto in quanto regina e non in quanto Elisabetta, ma adesso anche in quanto Elisabetta) e per buona parte degli inglesi insieme all’idea che ho degli scozzesi, bonaccioni sempre obbligati a seguire le regole dettate dai terroni della penisola britannica. Tutti conosciamo il risultato di quel referendum e tutti conosciamo pure la beffa che dovettero subire il 23 giugno 2016 il 45% degli scozzesi che votarono al referendum del 2014 quando furono chiamati ad esprimersi su Brexit. Sì, perché è evidente che nel 62% di scozzesi che votarono Remain il 23 giugno il 45% erano un sottogruppo. Circa due anni dopo dunque un’altra delusione per me: il risultato di Brexit. Anche qui le ragioni erano più personali che oggettive. Non avevo colmato ancora le mie lacune di politica britannica ed estera ma gli scozzesi mi facevano ancora tenerezza. L’antipatia per gli inglesi non era scemata, ma l’idea di (almeno) un’Europa unita mi ha sempre attirato. Insomma il Remain mi sembrava una scelta giusta. Ma anche stavolta feci parte dell’opposizione.

Paul Shepard diceva che la storia è una maniera di percepire l’esistenza umana, e io, da ”buon selvaggio”, vedo la mia storia fluire in maniera ellittica piuttosto che lineare. È quindi normale che un’ennesima delusione politica sarebbe dovuta arrivare. Il primo ottobre la delusione suono al mio campanello. In questo caso avevo già messo il vestito buono e l’aspettavo dietro la porta.

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Dettaglio di Maestà di Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, Assisi, Cimabue

A distanza di un mese da quest’ultimo referendum, ho cercato di capire se c’erano ragioni meno emotive per le mie scelte ai referendum in cui non ho votato. Ho riletto intensamente le pagine Wikipedia di Rousseau e Hobbes, i trafiletti de La Repubblica.it, sono andato al musée de Luxembourg per farmi ispirare dal generoso décolleté della Liberté. Ed immerso in quella scena di guerra che è alla base del motto di francescana memoria Liberté, égalité et fraternité, ho trovato un piccolo criterio di scelta:

Un popolo ha il diritto di chiedere l’autonomia e l’indipendenza quando, trovandosi in delle condizioni peggiori rispetto al resto della nazione (o federazione), vuole cercare di migliorare e risollevare la sua situazione economica e sociale.

Questo criterio, per quanto condivisibile e da prendere con le pinze*, esce fuori dalla mia testa adesso; quindi è forse solo il disperato tentativo di dare un senso alla mia emotività. Brexit o Catasalida sembrano andare in direzione contraria al motto francescano (ed al mio criterio). La libertà di scegliere non deve confondersi con la voglia di individualismo emotivo soprattutto nel caso in cui sia volta ad aumentare la disuguaglianza (per esempio economica) e a spezzare il vincolo di fraternità che ci lega a chi ci sta accanto (soprattutto se sta peggio di noi). La chiudo qui e in attesa di diventare un esperto di politica cercherò di applicare il mio piccolo grande criterio al prossimo referendum.

*Il criterio è necessario ma non sufficiente. La valutazione dell’effettiva efficacia di un popolo, che magari si ritrova in una condizione catastrofica a causa propria, a migliorare da solo la propria situazione economica e sociale è alla base della non sufficienza!