Primo capitolo di Crete

 

…il fagiano in santo loco condannato…

Filippo Piffetti, Lettera al Cardinal Bernardi in Siena

 

Pianse per tre giorni di fila quando seppe che la fagiana era morta.

Incuriosita dalle ruote del carro che si avvicinava, fu colpita in pieno e trascinata per metri sul selciato. Era un carro più veloce dei soliti battenti le sonnolenti strade di provincia. Di passaggio, svelto ed urgente

Tutta la vita detto “il fagianetta”, per un pianto durato tre giorni, all’età di dodici anni.
A quel tempo il suo viso somigliava alle colline in cui era nato, dolci e molli. La sua folta capigliatura riccia alle foreste che le ricoprivano, quelle colline.
Era nato a Orvieto col nome di battesimo di Brizio, qualche anno prima l’omonima cappella fosse resa immortale per mano del cortonese gentile.

Il padre, Pietro Tasconi, commerciante di spezie, giunte da ogni angolo conosciuto del pianeta, non aveva mai visto una cartina geografica.
Il negozio sotto casa emanava un miscuglio di odori che cambiava a seconda della stagione. La predominanza di una spezia, prodotta in gran quantità quell’anno in medio oriente, e la mancanza di un’altra persa per mare in qualche sciagurata bufera, ne cambiavano il gusto da pepato a dolciastro, e poi da pungente a terroso, in una casuale parata dei sensi.
Era così che si immaginava il mondo Pietro, grazie a quelle fragranze ne dipingeva i più lontani e reconditi recessi.
“Senti, Brizio, quant’è dolce il Madagascar, di vaniglia e cumino.” Ammaliava così il figlio nel suo viaggio in terre sconosciute.
“E che aspra Damasco, zenzero, bucce di cedri e limoni. Non mi stancano mai”.
Aveva per parte di madre nobile discendenza, e qualche papa come parente lontano, o almeno così ripeté tutta la vita la stessa madre, Eleonora Saconti.
Se tale discendenza fosse vera o presunta non fu mai dato di sapere, e soprattutto nessuno dei privilegi ad essa connessi ebbe modo di materializzarsi.
Ma anche in provincia, si sa, la verità è un’apparenza che si indossa, e i Saconti godevano di particolare rispetto. Rispetto invero forse più dovuto ai Tasconi per le spezie e radici offerte da Pietro, recapitate da posti esotici.
In paese pareva non bastassero mai, nessuno si sognava in pubblico di apprezzare le loro afrodisiache qualità, ed i commenti non privi di ammicchi si concentravano sulla bontà del pollo alla cannella di donna Francesca, la figlia del notaio, e la squisitezza del maiale marinato nello zenzero e nel pepe sichuan, con cui Giorgio Albani, marito della lattaia, sosteneva le sue oziose giornate a contemplare l’orizzonte frastagliato delle colline umbre.

La fagiana, si diceva, era anch’essa venuta da lontano. Lo zio Filippo, fratello del padre, viaggiatore instancabile, non ebbe bisogno di alcun sotterfugio perché lei lo seguisse sulla nave che dalla Cina salpò di ritorno al mediterraneo.
Forse stanca dell’umido clima in cui era nata, forse attratta dall’oceano che aveva odorato da sempre, decise di tentar la sorte e non perse Filippo che per pochi momenti, in cui era impegnato in affari poco consoni ad una fagiana reale come lei.
A dire il vero, Filippo avrebbe preferito che un fagiano maschio si fosse avventurato nel viaggio
I maschi di Chrysolophus pictus, come da rigorosa nomenclatura binomiale, sono timidi in conseguenza della loro vistosa livrea.
Il piumaggio è una tavolozza degna di tombe etrusche, dall’oro transisce all’arancio, sfuma nel sangue e diventa cannella rugginosa.
Verde e blu e loro miscugli adornano come preziose pietre il dorso e la lunga coda, rimanenza di arcaici voli.
Lo seguì una femmina invece, bruna e monocromatica come tutte le femmine della specie, ma sfrontata ed indipendente come le donne di Siena o di Macao.
Il viaggio, estenuante per i più, non lo fu per lei, che in mare non era mai stata.
Il rollio della nave spinta dal vento, le oscillazioni ritmiche, le giornate nere di tempesta e quelle azzurre di bonaccia, il mare scuro ed immenso, le terre toccate e lasciate, i rari incontri in mezzo alle acque, tutto le diventò familiare in pochissimo tempo, beniamina della ciurma, fagiana d’oceano.
Arrivarono un giorno d’agosto, piovoso ed umido, la fagiana perplessa e dietro Filippo, abbronzato e carico.
Qualcuno li aveva letteralmente scarrozzati dalle coste adriatiche a fin sotto Orvieto, lasciando che i due risalissero il colle con le loro gambe (e zampe).
La salita, la pioggia, il caldo opprimente e la fatica del lungo viaggio quasi al capolinea, giocarono con la mente della fagiana, le cui emozioni si avvolgevano in brusche curve come i tornanti di quell’ascesa.
Per un momento si credette appena sveglia dal sonno in cui la nave, Filippo, il viaggio erano solo elementi di un sogno, tanto quel clima le ricordava casa. La delusione di non essere mai partita, si tramutò l’istante successivo in nostalgia appena si rese conto di dettagli diversi e sconosciuti, quindi in giubilo quando all’ultimo tornante scorse da una parte la valle rigogliosa di pioppi e castagni, e dall’altra le mura alte e possenti della città, il vociare in quella lingua saltellante e canterina, che ormai conosceva, il profumo di pietanze che, quelle no, non aveva ancora fiutato.
Brizio era intento a mettere in fila bottiglie di vetro, di colori e taglie diverse, senza un ordine che ne rivelasse alcuna catalogazione mentale.
Il vociare proveniente da fuori che si avvicinava sempre di più, fece tintinnare le fragili bottiglie, debolmente, ma abbastanza perché Brizio comprendesse l’eccezionalità dell’evento.
Filippo, lo zio dall’oriente, di cui aveva solo sentito parlare, era entrato in paese, accolto da grida festose, abbracci, ed eccitazione collettiva.
Ancor dietro alla sua multiforme barriera di vetro, Brizio non si mosse, continuando flemmatico lo scambio di ruolo delle amate bottiglie.
Dalla porta leggermente aperta si intravide un becco, piccolo e giallo, poi un occhio, curioso ed indagatore, infine un collo ed una zampa.
La fagiana, sfuggita ai pizzicotti, ambigue carezze, pacche e minacciose parole di coloro che vennero ad accogliere Filippo, si intrufolò in casa per cercare tranquillità.
Già abituata a così tanta gente ed attenzioni, non ebbe neppure un sussulto a scoprire che nella stanza si trovava qualcun altro. Si avvicinò alle bottiglie in fila e infilò il becco nel collo di ognuna per scoprire che sapore avesse l’aria dentro.
Brizio, normalmente geloso della sua fila di vetrosi contenitori, la lasciò fare, chissà ne avrebbe finalmente capito il senso, di quel gioco meticoloso.

 

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