San Tommaso non aveva mica capito che a voler sempre ficcarci il dito c’era solo da perderci. Castrare la sua fantasia lo rendeva chiaramente consapevole del dramma vitale, ma gli impediva di innamorarsi di una fantasia o di un sogno. Ci sono luoghi, per esempio, di cui t’innamori proprio perché non li hai mai visti, solo perché un uomo ha usato una parola che ti è esplosa dentro. Uno di questi luoghi per me è Ferrara, ed è forse per questo che non ho mai fatto nulla per andarci. Non ho mai voluto che i miei occhi, vedendo il dramma degli uomini, liquefacessero la materia di cui son fatti i sogni. Ed è forse per lo stesso motivo che Cosmè Tura ieri mi è venuto a trovare mentre mi trovavo ancora a letto. Ha saputo di questa mia popolare rubrica e ha voluto farsi intervistare.

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San Girolamo, National Gallery, Londra

Cosmè, il suo nome mi è sempre piaciuto ed ammetto che è stato la prima ragione per cui mi sono interessato ai suoi lavori. Come mai l’ha scelto?

Ho notato che spesso fa il tontolone in queste interviste, ci è o ci fa? Mi sembra chiaro che un nome d’arte è fatto per stuzzicare l’appetito. Secondo lei Domenico Bigordi, Jacopo Robusti o Bernardino di Betto Betti avrebbero potuto sfondare con questi nomi? [ndr Sghignazza] Tra l’altro, ho saputo che quest’ultimo è diventato anche un buon calciatore, me lo conferma?

Si glielo confermo, ma si è reincarnato un po’ di volte prima di riuscirci…

Come dice il dottor Weiss

Se la gente sapesse che la vita è infinita; che mai moriremo; che mai nasceremo realmente, in questo caso la paura di vivere sparirebbe. Se tutti sapessero che hanno vissuto prima innumerevoli volte e ritorneranno a vivere tante altre volte, quanto sarebbero riconfortate e felici!

quindi non si preoccupi e viva serenamente, anche la sua anima prima o poi farà qualcosa di davvero eccellente!

Questa storia della reincarnazione mi sembra solo una bella illusione, giusto per non guardare in faccia la realtà. Magari esiste, ma noi viviamo adesso, e di adesso dobbiamo preoccuparci.

E no, è qui che si sbaglia, È bello doppo il morire vivere anchora. Non vede chi ha difronte?

Stiamo farneticando, parliamo di cose serie. Mi parli di Ferrara.

Se ne accorgerà fra qualche vita quali sono le cose serie; in ogni caso di quale Ferrara vuole parlare? Sa, anche le città hanno una vita, muoiono e rinascono.

Mi riferisco alla sua Ferrara, quella del ‘400.

Non ero un proletario, e qualche lira da parte l’avevo messa, ma di sicuro la città non era mia. La città era degli Este, come lei saprà. Una città frizzante pur nella sua nebbia, c’era sempre qualcosa da fare, e la gente era alla mano, anche gli Este. Li vedevi andare in giro, tra il popolo. Erano persone squisite e non avevano la puzza sotto il naso come i Medici. Per fortuna gli Appennini hanno sempre fermato il lezzo dei loro sporchi traffici. E poi gli Este ci tenevano davvero all’arte, non lo facevano solo per mettersi in mostra e per spendere le irrisorie gabelle che richiedevano al loro popolo. Ferrara era una città unica e stravagante. C’erano botteghe dappertutto, accanto al macello, all’ospedale o alle latrine. E chiaramente per noi artisti era una benedizione, sia in termini di guadagni che di ispirazione.

È proprio da queste fonti d’ispirazione che nasce la sua pittura realista?

Non ho mai pensato che la mia pittura fosse realista. Tutt’altro. Qualcosa di realista cerca di descrivere la realtà oggettivamente, senza troppi filtri. Io, al contrario, non ho mai cercato di nascondere il mio filtro. Il mio problema, nella vita così come nella pittura, non è mai stato il dramma umano. Con dramma intendo l’azione umana, positiva o negativa, nel senso greco del termine. No, il dramma era già sotto i nostri occhi, non avevo altro da aggiungere. Quello che invece ho cercato di fare è superare l’umano reale e cercare di riconnetterlo al dramma naturale, cercando l’iperbole e l’esasperazione. È per questo che il corpo dell’uomo o di Cristo diviene roccia. Non ha più niente di umano, lo ha superato per rientrare in contatto con la natura. È sempre per lo stesso motivo che i volti divengono bestiali. Il mio voleva essere un monito alle nostre ambizioni. Siamo parte della natura, siamo roccia, siamo bestia, siamo luce.

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Lamentation over the body of the dead Christ, museo Thyssen Bornemisza, Madrid

Crede di aver sconvolto i suoi contemporanei con questa sorta di espressionismo ante litteram?

No, non credo, almeno a Ferrara. Lo prova il fatto che ho potuto proseguire la mia carriera fino a tarda età. In fin dei conti, era una società che conosceva ancora la magia e che la utilizzava per ristabilire dei rapporti con il dramma naturale, rapporti che la quotidianità cercava di spezzare. È stato l’umanesimo che ha rappresentato una vera rottura. È a causa del vostro umanesimo se oggi la mia arte vi sconvolge.

E a lei sconvolge qualcosa della “nostra” arte?

Della vostra arte no, ma del vostro modo di trattare l’arte sì.

Perché come la trattiamo?

Come una merce. Le faccio un esempio personalissimo. Probabilmente conosce la Pala Roverella, la considero una delle mie opere più riuscite. Al momento del suo concepimento l’avevo pensata come un unicum artistico non semplicemente in quanto pala, ma con tutta la basilica di San Giorgio fuori le mura a Ferrara. Adesso invece la vedo smembrata, divisa tra i musei di Londra, Parigi, San Diego, Boston, New York, Cambridge e Roma. Per carità belle città, ma in cui un la mia pala non ha il suo posto. Se la pala era una frase in un testo, la basilica, adesso le differenti parti mi sembrano parole senza contesto. Possono essere affascinanti e può ispirare, ma restano monche; non possono più vivere come arte, ma solo come oggetto artistico. E probabilmente la ragione è che si trovano nei musei.

Perché? Crede che i musei svalorizzino le opere artistiche?

Non è proprio svalorizzare la parola giusta. Credo che si debba dire “mutare”. Come ho detto prima l’arte diventa oggetto artistico. E la differenza non è cosa da poco. Provi ad immaginare uno zoo: un leone nella savana e un leone in una gabbia sono la stessa cosa? Quello nella gabbia ha perso una parte della sua natura, non morde, vivacchia. Per dirla diversamente, dal passaggio dalla savana alla foreste, resta il significante ma cambia il significato e con ciò il leone perde la corona. La stessa cosa è applicabile alle opere d’arte e ai musei. Chiaramente zoo e musei hanno l’apparente pregio di far conoscere nature e arti che altrimenti sarebbero state sconosciute ai più. Ma ribadisco, ciò che conosciamo non è il significato originale di tali nature e arti, ma un significato mutato dalla logica del consumo. Dare un valore di scambio a tutto implicitamente vuol dire che quel tutto è funzionale al raggiungimento di un fine. E paradossalmente ce l’ho ha detto proprio una pubblicità, simbolo principe del consumo, che ho visto recentemente, quella della carta di credito, non ricordo come si chiama. Ma la natura o l’arte non possono avere prezzo.

Quindi propone di chiudere i musei e gli zoo?

Il dado è tratto. Non propongo di chiuderli, dico che andandoci dobbiamo essere pronti a vedere dei simulacri, qualcosa di diverso da ciò per il quale siamo andati. Ma chiaramente propongo di non aprirne altri, in ogni dove. Recentemente ho visto con piacere un dibattito tra Corrado Augias e Tomaso Montanari riguardo la possibilità di far divenire a pagamento l’entrata al Pantheon di Roma [ndr qui potete trovare un estratto]. Montanari dice, a mio avviso correttamente,

La dignità del Pantheon è intimamente legata al cuore stesso della nostra identità: esso simboleggia la continuità tra il mondo classico e la nostra cultura moderna […] rappresenta l’unità del nostro spazio pubblico, attraverso una comunione formale e sostanziale con la piazza che sarà interrotta dal pedaggio. […] Togliere i biglietti a tutti i musei statali ci costerebbe circa 100 milioni di euro l’anno, mentre l’evasione fiscale viaggia sui 120 miliardi di euro l’anno. Siamo sicuri che sia un buon affare mettere a reddito il cuore stesso dell’identità nazionale, invece che far pagare le tasse a tutti?

Montanari cita Michael Sandel «assegnare un prezzo alle cose buone può corromperle. Spesso gli economisti assumono che i mercati siano inerti, che non abbiano ripercussioni sui beni che scambiano. Ma questo non è vero. I mercati lasciano il segno. […] Se trasformate in merci, alcune delle cose buone della vita vengono corrotte e degradate». Credo che l’arte e la cultura tout court possa essere un buon antidoto in una società della misura e del mercato. Ma non è avvelenando l’antidoto, che possiamo avere speranze di migliorarci.

Grazie