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Che lui una
lettera l’avrebbe
potuta inviare, anche
non affrancata, con l’affrancatura
per il mittente, Che se c’avevo curiosità
pagavo e leggevo, Che se lui me l’avesse
detto io non è me la sarei affatto bevuta.
Che sta bibita agrodolce non è proprio
un affare e non mi va proprio giù.
Che poi è vero che anche un bambinone
riconosce un tizio da un vizio deleterio affetto,
Che dal posto sbagliato si può pure arrivare
a capire qualcosa affine alla verità.
Che però se lui me
l’avesse detto
io ci sarei arrivato
un po’ prima e di questo sapore che non
è né affine alla carne né affine al pesce me ne
sarei fatto un baffo o magari l’avrei fritto con
dei bei pomodori verdi appena affastellati, una
ricetta che manco Cannavacciulo c’aveva pensato.
Che a me gl’ignoranti non è che mi piacciano tanto
ché non afferrano mai niente e gli devi spiegare tutto
e il tuo ego si gonfia, che poi quando arriva qualcuno
che di cose ne sa, ti senti una merda proprio come
questo sapore. Che poi, sì, che poi a pensarci bene,
che a pensarci male non risolvi mai niente, questo
sapore non è così inutile anzi è quasi affidabile, ché
almeno ti rendi conto che non è tutto bianconero e
che non puoi vincere sempre. Che suvvia un viola
sgredo ha pur sempre il suo diritto di colorare
proprio come una feccia che felice fende le acque
tranquille del tuo cesso e affiora poco dopo. E mi
dico che in fin dei conti è sempre colpa di Catalano.