È stato un anno fa, è stato ieri. Un anno fa, ero talmente contenta di essere in vita a tal punto da non avere l’impressione di essere una vittima. Adesso dopo aver vomitato a causa dello stress una mattina in metro nel cestino dei rifiuti, sono meno sicura di ciò. Non ho perso amici, tutta la gente che conosco sta bene, la mia ferita (fisica) si è rimarginata velocemente. La psicologa che ho visto quella sera la mi ha detto che probabilmente non avrei avuto ricadute, che la mia resilienza funzionava abbastanza bene. Allora la presi come un oracolo, persuasa che non sarebbe mai successo. E quando la ricaduta è cominciata sei mesi fa, ero sorpresa, mi dicevo che non era possibile, ho reagito bene per una volta nella mia vita e adesso non va più bene. Quell’evento mi opprimeva tutto il tempo. Come se vedessi la vita con un altro filtro.

Tu sei in un bar con un’amica ma ti siedi strategicamente per vedere tutto ciò che avviene dentro il bar per poter agire più velocemente possibile e più efficacemente. Osservo tutte le persone che entrano in metro. Le esamino come se fossi una spia o che dovessi fare come Brad Pitt in Spy Game quando impara a essere una spia.
Potrei parlare per ore del luogo più strategico dove sedersi in una metro in funzione delle uscite, della folla, dell’orario. D’accordo, lo potevo fare anche prima, ma adesso è una questione di sopravvivenza. D’altronde, ormai sono sempre in mood sopravvivenza. Quando sono vicino una finestra che da sulla strada, non sono a mio agio. La maggior parte del tempo, non sono semplicemente non a mio agio, ma addirittura comincio a piangere. È davvero incredibile che non posso più sedermi vicino ad una finestra e mi sento veramente ridicola a non potermi liberare da tale peso costante. La paura ricomincia proprio perché sono sicura che che non riuscirò mai a reagire così bene come “la prima volta”. Sta storia della sopravvivenza è davvero stancante, come se avessi il tuo telefono col wi-fi anche quando si sta per scaricare. Si mangia tutte le energie. Mi sono accorta di vivere in un pianeta differente da quello dei miei amici a causa di un evento insignificante. Tante persone mi hanno consigliato di guardare la serie The Get Down, una serie su Netflix in teoria molto figa, con molta musica e il Bronx degli anni ’70. E nel primo episodio, dopo una stupenda scena di un inseguimento per strada a causa di un vinile e di cene familiari che danno voglia di essere lì, c’è una scena di un assassinio in una discoteca. Dopo aver lanciato il mio computer lontano da me e pianto con tutte le lacrime che avevo in corpo, mi sono chiesto come potevano avermi consigliato di vedere sta roba. Nonostante tutto è semplice: la violenza è dappertutto, e un anno e una settimana fa avrei trovato tale scena “non stupenda, ma vabbè”. I miei amici non pensavano più a questa scena. Hanno visto la serie, e ricordano solo la danza, la musica e l’abbigliamento. Bisogna babyproofer [verificare che sono adatti per i bambini, ndr] i film che guardo, devo chiedere se ci sono armi da fuochi. Anche i film che possiamo vedere a 12 anni sono troppo violenti per me.
Mi sforzo di uscire, di continuare a far finta di amare le cose che amavo. Sono andata a vedere una decina di concerti, sono andata ad un festival, ma spesso non ne avevo per niente voglia. Non avevo per niente voglia di vedermi fra la folla, si sapere che avrei speso tante energie per esaminare tutte le persone. È faticoso guardare gli altri quando vorremmo danzare.
Ho passato una buona parte dell’anno essendo persuasa di avere vissuto qualcosa dello stesso livello emozionale dei miei amici che erano fuori e che non sapevano niente. Quando mi sono reso conto che gli altri dimenticavano più velocemente di me, non saltavano sulla sedia ad ogni rumore, ho compreso che non era effettivamente la stessa cosa. Ho passato un’altra parte dell’anno a colpevolizzarmi per avere rotto le scatole ai miei genitori e ai miei amici, non avendone il diritto perché sono troppo forte per creare delle angosce inutili. È difficile scrivere su di me il giorno in cui il più grande incubo è stato eletto [Donald Trump, ndr], come se potessimo ancora rattristarci per ciò che provo io quando invece l’odio sta vincendo altrove. Mi fa diventare pazza. Per non parlare dei rifugiati, è davvero orribile ciò che devono subire. Non so se è sempre stato così e me ne rendo conto solo adesso perché prima ero cieca, o se la situazione peggiora ogni giorno di più, ma mi sembra che stiamo buttando via quel mantello di simpatia che ci legava l’uno coll’altro prima del 13 Novembre. Penso che sia veramente una cazzata. È la sola cosa che ci restava. Questa domenica 13 Novembre, andrò a vedere i Local Natives in concerto ad Amsterdam perché gli idioti non devono vincere. Sicuramente non la vivrò bene, anzi starò male, ma è facendo finta di stare meglio che ho l’impressione che starò bene.

Intervista di Phillippe Brochen a Louise (28 anni, ferita al Bataclan il 13 novembre 2015) apparsa in Libération, Samedi 12 et Dimanche 13 Novembre 2016

Tradotto dal francese da Marco M.