margherita-guidacci

Poiché ero l’albero più occidentale del giardino
per ultimo mi scuotevo di dosso la fredda rugiada
nebbia e noia via dai miei rami lentamente strisciavano
e nessuno al mio risveglio applaudiva
ché i miei compagni erano da tempo gloriosi nella luce.
Ma la sera su me emigravano gli uccelli
che l’ombra sgomentava da ogni altro verde asilo
lungo e dolce da me s’alzava il canto
avidi gli occhi degli uomini mi fissavano, mentre
ero avvolto dal sole nell’amoroso addio
e brillavo come una torcia sul mondo spento.

 


 

C’è indubbiamente un’autobiografia nei versi di Margherita Guidacci, che aveva conosciuto “prima lo sfiorire che il fiorire, […]  prima come si muore che come si vive”, come affermava lei stessa. Ma c’è anche l’accenno a una dialettica eterna, il perpetuarsi di cicli storici di vita e morte, sole che sorge, sole che tramonta. L’occidente non è solo terra della sera, occasum, ma anche terra del caso, luogo in cui più facilmente accadono eventi nuovi e imprevedibili, esattamente come gli hotspot del genoma, ovvero i punti in cui è più alta la probabilità che avvengano ricombinazioni di DNA.