Non tutte le lingue hanno una parola per “caso”. Gli inglesi, per esempio, dicono chance che spesso traduciamo con caso, ma il significato più corretto, o più profondo, è un altro.

Furono i francesi ad importare il termine sull’Isola, quando 1000 anni fa conquistarono l’Inghilterra. All’epoca i Normanni dicevano chëoir, evoluzione volgare del latino cadere.

In latino cadere significa lo stesso che in italiano corrente e “caso” altri non è che il diretto discendente del participio passato di cadere (casus).

Il primo significato di “caso” allora è “caduta”, spostamento da un punto verso un altro e, in fine, impatto. È un’immagine interessante, ci rende visualmente l’idea di cosa potesse rappresentare il caso nell’immaginario per gli antichi.

Tutto ciò che esiste nell’universo è frutto del caso e della necessità”.

È una sentenza apocrifa attribuita a Democrito e normalmente associata alla linea di pensiero di Jacques Monod. Ma per gli antichi, soprattutto per gli atomisti, la concetto di caso assumeva una valenza affatto compatibile con l’esistenzialismo moderno.

Asseriva Monod che «Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, [è] alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione».

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La differenza sostanziale sta nella “cecità” attribuita dal pensiero moderno alla natura del caso. Per noi è quasi naturale pensare al caso come a qualcosa di feroce e imprevedibile, una forza sconosciuta su cui non ci è concessa alcuna forma di controllo.

Il pensiero antico ragiona in modo differente. Il caso è sovente associato ad Ἀνάγκη, la necessità. Non è un dettaglio marginale, ma il fuoco su cui la prospettiva greca è centrata.

Per semplificare possiamo dire che il caso “dei moderni” è assoluto e non ha finalità. Quello degli antichi, al contrario, ha identità e scopo ed è subordinato ad una forza che ne determina la meccanica: la necessità.

La nostra idea dell’universo è tormentata, assai più tormentata di quella degli antichi. La Relatività ci ha resi una fibra inutile di un tessuto occulto e mutevole. La Fisica degli astri ha spostato il centro delle nostre certezze alla periferia di universo cieco e buio che corre e corre ancóra senza meta e verso abissi sempre più profondi.

La cosmologia degli antichi era fatta di immagini e di gerarchie. A quel tempo il cielo notturno era così bello e perfetto, terribile anche nella fissità e nel rigore di una geometria per sempre fissa e immutabile. Era il tempo di Urano e di Varuna e l’immensità dell’universo riposava nel pugno degli Dei.

La nostra cosmologia è fatta di numeri ed equazioni. Complessità che non generano risposte ma ulteriori quesiti. Sappiamo soltanto che stiamo correndo, seduti su questa Terra remota, verso un nulla che dilaga e segue una logica che non ci è dato di afferrare. Non c’è Necessità nel nostro Cosmo.

Cadiamo ad ogni modo, quindi, ma percepiamo la caduta in modo differente.

At contra nulli de nulla parte neque ullo
tempore inane potest vacuum subsistere rei,
quin, sua quod natura petit, concedere pergat;
omnia quapropter debent per inane quietum
aeque ponderibus non aequis concita ferri.

Ma in nessuna parte e nessun momento
il vuoto può resistere a qualunque cosa
senza ritirarsi, come chiede la sua natura;
per ciò tutti i corpi, attraversando il vuoto immobile,
devono cadere egualmente […]

[Lucrezio, De Rerum Natura, II, 235-239]