Dopo essermi maledetto per aver deciso di usare la mia auto e aver pagato un esoso parcheggiatore abusivo, mi avvio verso il numero 4 di via del Babuino,

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Statua del Babuino (Roma)

e suono al campanello Pincherle-Moravia. Mi risponde una donna di mezza età e credo che sia lei stessa ad accogliermi alla porta di entrata. Mi fa cenno di seguirla portandomi in un ampio salone. In un angolo, seduto su una spigolosa poltrona, scorgo Alberto. Dopo qualche convenevole e un caffè, ha inizio l’intervista, o meglio Alberto inizia l’intervista.

Un’intervista che non mi aspettavo, cosa l’ha spinto qui, da un vecchio ex-scrittore?

Un regalo di Natale! Un mio amico burlone che mi accusa di essere affetto da noia ossessiva mi ha regalato “La noia”, che ho terminato qualche giorno fa’. Vorrei cominciare con una domanda di marzulliana memoria, se non le dispiace.

Trovo le domande di Marzullo più simpatiche che interessanti, quindi mi sta bene per rompere il ghiaccio. Comunque, giusto per informazione, fa si scrive senza accento o apostrofo.

Come ha fatto a capire che l’ho immaginato con l’apostrofo?

Sesto senso e questioni d’intonazione!

Grazie per l’informazione. Vado con la domanda, pensa che sia stato l’esistenzialismo ad avere esigenza della noia o la Noia a produrre l’esistenzialismo?

Se mi sta dando dell’esistenzialista si sbaglia, anche se tutti dicono che sia stato io l’iniziatore di questa corrente. Ho apprezzato Sartre e i suoi confratelli, ma mi sono sempre sentito più esistente rispetto a loro. Ma per rivenire alla sua domanda, penso che in un certo senso la noia, almeno per come la intendo io, faccia proprio parte dell’esistenzialismo, non è un suo prodotto, ma nello stesso tempo è condizione necessaria per la sua esistenza. Si può essere noiosi senza essere esistenzialisti, un po’ come Marzullo, o meglio le sue domande, ma non si può essere esistenziali senza essere noiosi.

Quindi a suo parere esistono due noie, per riprendere i suoi esempi, una esistenzialista e una marzulliana?

Più o meno, la differenza sta nel modo in cui esse si palesano. Quella che lei chiama noia esistenzialista esiste a priori nella persona, ed è un tipo di noia che sconvolge il rapporto tra il possedente di noia e l’esterno. Essa nasce essenzialmente dall’assurdità di una realtà insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza. In questo caso, il legame tra me e la realtà non si è ancora stabilito. Il secondo tipo di noia, quella marzulliana, nasce invece solo dopo che un rapporto tra il futuro noioso e l’esterno si è instaurato. È una specie di patronimico. Se avessi visto Achille in battaglia senza conoscerlo, non lo avrei chiamato Pelide. Lo stesso per Marzullo, non avrei potuto riconoscere la noiosità delle sue domande.

Immagino che lei si occupi più del primo tipo di noia.

Si, il secondo tipo è troppo noioso (ride, ndr). In ogni caso, non mi sono occupato di noia, ho solo scritto con un libro che s’intitola La noia.

E quanto, questo libro, parla di noia?

Non penso che parli della noia, penso però che la produca, dunque rientriamo nella sfera marzulliana.

Pensa davvero che il suo libro sia noioso, o vuole fare solo il modesto.

Lungi da me fare il modesto. Sono felice di aver scritto un libro noioso. Non perché sia difficile scriverlo, ma per il modo in cui sono riuscito ad essere noioso. Di solito i libri sono noiosi perché sono, ad esempio, troppo tecnici o distaccati dalla realtà. Io invece ho provato a fare il contrario, ovvero creare la noia tramite i rapporti umani. Spesso quest’ultimi sono dipinti come avvincenti, sia nei libri che nei film, quasi mai come noiosi. Tra l’altro anche nei nostri rapporti facciamo lo stesso, cerchiamo sempre di dipingere la nostra vita come qualcosa di avvincente. Riserviamo al raccontarci la noia poco tempo, pochi istanti.

Insomma, crede che la noia sia un tabù?

Si chiaramente lo è, e a maggior ragione in questo periodo. Faccio un esempio pratico. Sono un appassionato di basket, e qualche giorno fa volevo saperne di più su questo nuovo giocatore, Curry. Grazie all’aiuto di un mio burbero cugino, ho guardato i suoi video su internet e mi sono imbattuto sui video di un certo Buffa, uno che sembra saperne di basket. Questo mio cugino mi ha fatto notare che Buffa, seppur sembri competente e appassionante, ha il difetto di distorcere troppo i contenuti con una lente pesantemente narrativa e quasi mitologica. Che è un po’ il difetto che vedo ora a distanza di anni nello stile che era di Sfide (il programma di Rai Tre). Insomma, velare la noia di ore e ore di allenamenti, di partite perse o di tribune insperate per svelare un mito che accalappi i neofiti (come lo fui io) e desti interesse e passione, ma alla fine risulta artificiale e abbastanza stucchevole. Ma questo non è mica un problema del solo Buffa. In fin dei conti, anche di Eracle non ci viene raccontato mai un momento di noia. Solo imprese, qualche pianto e poco altro.

Ma passando tanto tempo impelagati in un mare di noia, probabilmente siamo più contenti quando non ne sentiamo parlare nei Media?

Questo è quello che possiamo credere di primo acchito. Se racconti ogni porzione di ogni storia come se questa fosse straordinaria in ogni sua singola sfaccettatura, e lo fai per qualsiasi storia, dopo averne sentite un certo numero cominci a pensare che non siano straordinarie per nulla (by definition). Come dicevo questo crea interesse, per chi si approccia per la prima volta o per quelli così infognati o impallinati (ride, ndr) che perdono anche qualsiasi metro oggettivo comparativo (con la realtà). Ritornando al caso dello sport, Buffa rappresenta un giornalismo all’opposto di quello, per esempio, di Grantland. A loro dicevano di stare “stick to sports” perché nei loro articoli c’era tanto di cultura pop, cultura alta o riferimenti a qualsiasi sfera del conoscibile, e penso che quello che gli recriminavano (hanno chiuso ma forse riaprono, non so se lo sa) era proprio il trattare lo sport come una normale fetta della conoscenza/attività umana che puoi anche rapportare alla tua realtà, discostandosi proprio da quell’epica che permea sempre il giornalismo sportivo “medio/basso”, dove i grandi campioni sono Eroi irraggiungibili con storie incredibili. Che poi è il motivo per cui esistono i fanatismi da tifo e i culti delle personalità egocentrici degli stessi sportivi. Ed è anche lo stesso atteggiamento di prona riverenza estatica di fronte all’arte (cinema, libri, pittura, scrittura) che rende ridicoli molti pseudointellettuali.

Reinserire la noia nello sport, nell’amore, nell’arte renderebbe tutto più reale e avvicinerebbe tutto ciò alla quotidianità. Jordan diventerebbe un eccellente sportivo maniacale, Van Gogh un pazzoide con una manualità immensa. Si forse esagero, ma ciò che voglio dire, parafrasando la mia professoressa di greco del liceo, è che “i miti li guardi, li smonti li analizzi e poi, dopo, li rimonti’’ e per far ciò hai anche bisogno della noia.

Diceva che nel suo libro non si è occupato di noia ma di rapporti umani, mi sbaglio?

No, non si sbaglia. Ma per essere più preciso, ho parlato della paura dell’uomo a essere se stesso in tali rapporti. Questa paura si palesa nella costruzione di strutture tramite le quali razionalizzare e analizzare i rapporti umani. Strutture che, allo stesso tempo, tengono lontano l’altro dalla vera essenza di noi stessi, che impongo un limite alla conoscenza del nostro io, una barriera quasi invalicabile. Non essere compresi ci fa sentire meno umani, più originali, meno attaccabili. In fin dei conti ci fa sentire più eroi della quotidianità. Ecco, penso che questo sia il punto: togliamo la noia dai nostri racconti per mitizzare, costruiamo barriere per mitizzarci. Per vivere serenamente dovremmo fare proprio il contrario. Parlare della noia per esorcizzarla, distruggere le barriere (mentali) per essere davvero liberi. Come ripeto spesso a mio nipotino “Tutti respiriamo, mangiamo e caghiamo. È questo il nostro minimo comune divisore, anche se a pensarci bene non è poi così minimo.”

La ringrazio moltissimo per questa chicca finale, da oggi mi sembra uno scrittore un po’ meno irraggiungibile.

 


After I cursed myself for using my car and paying an exorbitant fee to an illegal valet, I went to Via del Babuino nr 4, and I rang the buzzer of Pincherle Moravia’s apartment. A middle-aged woman answered and, I think, she herself welcomed me to the entrance door. She beckoned me to follow her, leading me in a large hall. In a corner, sitting on a edgy chair, I saw Alberto. After a few pleasantries and a coffee, I began the interview, or rather Alberto began the interview.

An interview that I did not expect, what drive you here to an old ex-writer?

A Christmas gift! A prankster friend of mine who accuses me of being affected with obsessive boredom gave me the “Boredom”, I finished a few days ago. Let me begin with a of marzullian question, if you please.

I find Marzullo ‘s questions nice rather than interesting, so there are good to break the ice.

Then I go ahead, do you think that existentialism needs boredom or Boredom produces existentialism?

If you are calling me existentialist you are wrong, even if everyone says I am the initiator of this school of thought. I appreciated Sartre and his colleagues, but I have always felt myself more existent than them. But to come back to your question, I think in a way the boredom, at least as I see it, is a part of existentialism, it is not a product, but at the same time it is a necessary condition for its existence. Something could be boring without being existentialists, as Marzullo or rather his questions, but you cannot be existentialist without being boring.

So in your opinion there are two boredoms: an existentialist and a “marzullian”?

More or less, the difference lies in the way they are revealed. What you call existentialist boredom exists earlier in the person, and it upsets the relationship between the owning of boredom and the outside. It  arise in me from the absurdity of a reality insufficient and unable to convince me of its effective being. In this case, the connection between me and the reality is not at all created. The second type of boredom, the “marzullian” one , came into being only after a link between the tedious future and the outside has been established. It’s like a patronymic. If I had seen Achilles in battle without knowing him, I would not have called him Peleus’s son. The same for Marzullo, I could not recognize dullness of his questions before knowing him.

I imagine that you will take up more of the first type of boredom.

Yes, the second type is too boring (laughs). In any case, I have dealt with boredom, I just wrote a book called “Boredom”.

And how much this book speaks about boredom?

I do not think that it speaks of boredom, but I think that it makes it, so we come back in the “marzullian” world.

Do you really think that your book is boring, or you want to be only humble?

Far from me to look humble. I’m glad I wrote a boring book. Not because it is difficult to write, but for the way I have managed to be boring. Usually the books are boring because, for example, are too technical or detached from reality. But I have tried to do the opposite, namely to create boredom through human relationships. Often the latter are portrayed as exciting, both in books and movie, almost never as boring. Among other things, we do the same in our relationships, we always try to paint our life as something thrilling. We reserve a few moments to tell the boredom.

In short, you believe that boredom is a taboo?

Yes, of course, especially nowadays. let me ive you an example. I really like basketball, and few days ago I want to get some more information abou this new player, Curry. With the help of a grouchy cousin of mine, I watched his videos and I found those of Buffa, someone tha seems to know about basketball. This cousin of mine (for private reason called uncle) pointed out that Buffa, alhough showing competence and passion, tends to wist reality around with too much narrative and even mythology. Same flaw that I can retrospectively attribute to Challenges (the program broadcasted in RaiTre). Hence, covering the boredom of long hours training, of lost matches and sold out halls where to cacth new public and give new passion and inerest, in the end revealing itself onl as artificial and nauseating. But this is not a problem of Buffa. Even Hercules is depicted without a moment of dullness.

Since we float so long on this sea of boredom, probably media help us to lever ourself from i for a while.

This is what you might think at a first glance. If you tell every story as it was extraordinary and you do all the time, for every story, after a while yuo start thinking that no story is extraordinary anymore. As said before this spurs interest, for he newcomers or for those so obsessed that they loose ouch wih reality. Back to basketball, Buffa represents a kind of journalism opposite to that, for instance, of Grantland, whose articles were a mingle of pop culture and references to any sphere of knowledge, so completely different from the “low” end spor journalism where champions are depiced as heroes with incredible stories. One of the reasons behind the existence of fanatic supporters and personality worship of athletes. Same atiude of many pseudointellectuals bowing themselves wih ecstatic reverence in front of the altar of art (cinema, literature, paintings).
Introduce again boredom in sport, in love, in art would make everything more real and closer to everyday life. Jordan would be seen as an excellent manic sportsman, Van Gogh as a crazy man with huge manual skills. Ok, I’m overdoing it, but what I mean is, borrowing from my high school teacher, that “you look at myth, you break them apart and analyise them, and then, you put them together again” and in order to do so you need boredom as well.

You said before that your book does no descibe boredom but, rather, human relations. Am I wrong?

No, you are perfectly right. To be more precise though, I talked about the fear of people of being sincere in those relationships. Such a fear is evident in the construction of strucures that analyse and rationalise human relationships. Those strucures keep ourself away from our very essence, draw a limit to the knowledge of our inner I, an unsurmountable wall. Not being understood makes us feel less human, more original, less exposed. It makes us fell more heroes of everyday life. This is the point: we remove boredom from our tales to idealise, we build walls to become ourselves ideal. In order to leave in peace we should do exactly the opposite, we should talk about boredom to exorcise it, destoy our mental walls to break free. As I keep telling my grandchild “We all breathe, eat, shit. That’s our minimal communal divisor, and pobaby it is not so minlam after all”

Many many thanks for this last gem, starting from today you look like a less unreachable writer to me.