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Le forme ataviche dell’esistenza spesso prorompono su ogni misera sovrastruttura che, come virus, l’attuale società ci ha ‘donato’. Cose che ho sempre pensato.
Prendiamo un giorno qualsiasi: oggi.
Mettiamo un tempo che ti fa pensare: temporale.
Poniamo un mezzo di trasporto: macchina.
Quest’oggi si sale, come da confortante e calda, bellissima abitudine, in 4 sulla voiture. La pioggia bussa piano sul tettuccio, scivola lungo i finestrini ma non riesce ancora a penetrare l’impermeabile metallo: sconfitta, si abbandona all’asfalto, calpestata dalle gomme e da suole anonime. Niente. Cara pioggia, non c’è posto per te dentro questa macchina, dove lo spazio si riempie di anidride carbonica e diminuisce nell’ossigeno. L’aria dà e non chiede mai nulla in cambio.
Sai, gli umani hanno l’abitudine di respirare. Anche fumo, a volte. Ma trovano innaturale starsene immobili e non vibrare in alcun modo.
Pioggia.
Ho pensato a quanto tu sia ovvia, naturalmente schietta, fresca per indole, incomprensibile per il tuo essere ”banalmente” acqua. Magica materia.
E ti osservavo scorrere come un fiumiciattolo sul vetro, che ineluttabilmente si dirama come in piena: fiume, ruscello e goccia.
Poi ho notato come il mio fiato carbonico si incollava al vetro e come in un film, cambiando punto di vista, ho focalizzato su di Esso e tu, donna di gocce fredde, sei passata in secondo piano: sfocata, flou alla mia percezione.
”Sto osservando il respiro, la vita dentro questa macchina. Proprio lì, eccola: visibile su questo finestrino. E su quelli vicini ai fiati dei miei parenti.
Vita attaccata a molecole di acqua, un vapore, un calore, un qualcosa che senza me non c’era. Senza me non ci sarebbe mai stato: questo misterioso vetro appannato.
Mi vengono in mente le notti d’amore: chiusi per il troppo freddo, aperti fra noi per il troppo calore. Le mani in cerca di un qualcosa da toccare. Ma quelle mani hanno cancellato la presenza dei nostri intensi fiati: una foto del nostro ansimare.
Mi passano per la testa i disegni fatti per fare il tempo passare: nomi, stelle e onde del mare.”
Improvvisamente penso a qualcosa di differente. Poiché i pensieri rincorrono una logica irrazionale: come le mie parole, scritte così male.
L’uomo dentro è costantemente caldo, ma la sua è una fredda febbre razionale.
Dovrebbe imparare ad agire come un Vulcano: non agire, meglio reagire.
Lava di parole, magma di pensieri, tappi allo stomaco e polveri di carezze.
Ma perché il bipede si complica la Vita?
Ossessione burocratica.
Controllo schiaccia-insicurezze ed ansia.
Non si può chiudere in un barattolo, l’istinto.
Mica siamo noi a regolare il ritmo del nostro respiro! Forse sporadicamente. Ma costantemente sarebbe un fardello, una gabbia: una candela sotto vetro, una fiamma in via di estinzione.
E poi, anche se spesso non lo ricordiamo, Noi siamo nati Selvaggi, Liberi, Nudi e Senza Difese.

Al tatto di una mano fredda ed estranea, Noi che uscivamo dal Caldo, abbiamo reagito come vulcani. Abbiamo pianto. Abbiamo urlato.
Lo Cicero Rosa