Si racconta che un tempo, in Canada, vivessero oltre 400 milioni di castori, che con le loro dighe avrebbero influito in maniera così notevole sul territorio, da far nascere il mito secondo cui sia stato proprio il Castoro ad aver creato il Canada.
Produrre modifiche ambientali, per ricreare ambienti congeniali alla sopravvivenza della propria specie, è una condizione connaturata al nostro essere al mondo.
L’industrializzazione ha permesso ad una grande popolazione di individui di vivere mediamente più a lungo, grazie a tutta una serie di sistemi tecnologici che sono stati prodotti e diffusi sotto la pressione selettiva esercitata dai consumatori stessi: conservazione e distribuzione degli alimenti, miglioramento dei mezzi di trasporto, degli ambienti di lavoro (con automazione dei processi industriali), miglioramento dei servizi di assistenza medica e delle condizioni igieniche delle abitazioni e molto altro.
Lo strumento tecnico nasce per il controllo della natura, ha in sé la finalità precisa di servire il proprio creatore per migliorarne le condizioni di vita.
Eppure, oggi il modello tecnico-scientifico si configura sempre più come un sistema autotelico, il cui unico fine è quello di perpetrare sé stesso. Lungi dall’essere un elemento indispensabile al mantenimento delle società umane, oggi gran parte della tecnologia procede secondo schemi che poco o nulla hanno a che fare coi bisogni naturali dell’uomo.
Sono note le critiche di Einstein riguardo all’uso militare dell’energia atomica, un evento che mise in evidenza la questione cruciale su come e fino a che punto bisogna condurre la ricerca scientifica.
Capita di sentire parlare di “buona scienza” o “scienza utile”, a proposito dei possibili campi di applicazione di una determinata scoperta. Io credo che se dovessimo leggere la scienza e giudicarla sulla base dell’utilità reale all’umanità, allora forse ci saremmo dovuti arrestare molti decenni fa nel progresso tecnico-scientifico. Ma non è possibile imbrigliare la sete di ricerca degli uomini di scienza, significherebbe non avere più scienza o approdare a modelli oscurantisti.
Per stabilire inoltre quale sia la scienza buona dovremmo possedere dei criteri per definire con esattezza quale sia il “benessere” dell’umanità e in base a questo stabilire se una scoperta sia o meno utile all’uomo.
Nell’antropocene, il pianeta Terra ha subito modifiche rilevanti come in nessun altro periodo storico. Tuttavia si tratta di cambiamenti di scarsa entità se paragonati agli stravolgimenti subiti nel corso dei millenni precedenti alla comparsa della vita; con ogni probabilità, anche in seguito alla scomparsa dell’Uomo si avrà un lento recupero di tutte le alterazioni attualmente in corso. E’ soltanto questione di tempo. Ad essere sempre più in pericolo, invece, è la sopravvivenza della specie umana, che si trova nella posizione paradossale di aver creato un sistema in grado di migliorare la sopravvivenza e contemporaneamente di metterla in pericolo.
Da queste considerazioni è emersa la necessità di mettere in atto strategie per invertire la rotta di un modello economico destinato a compromettere le risorse del pianeta e dunque la vivibilità. I movimenti ecologisti, anti-consumisti e anti-capitalisti trovano il loro principale fondamento ideologico in queste considerazioni.

Ciò che mi appare più interessante nelle teorie della decrescita è la componente politica di sovvertimento dell’ordine valoriale adottato dalle società industriali, specie dal secondo dopoguerra. Viene attaccato infatti il concetto stesso di “benessere occidentale” come libertà dalle necessità fisiche tramite i comfort, massimizzazione del proprio utile e del godimento individuale. L’idea dell’homo oeconomicus, insomma, sembra tramontare.

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Paradosso di Easterlin

Il paradosso di Easterlin, o paradosso della felicità, descrive per sommi capi questa condizione, per la quale il progresso non determina in maniera automatica un miglioramento delle condizioni di felicità nella popolazione.

La tecnologia ha sì sgravato l’uomo da numerose contingenze materiali, ma ha anche eroso gli spazi di significato collettivo che le comunità costruivano intorno a determinate circostanze. L’omologazione delle nostre quotidianità, ha inoltre appianato le differenze culturali che sorreggevano l’identità dei singoli. E’ su questo terreno che bisogna partire nell’analizzare la ricerca, ormai su vasta scala, di modelli che puntano a ricreare spazi di senso e significato condivisi mediante il ritorno a procedure tecnicamente superate ma culturalmente significative. Su questa stessa linea – quella della ricostruzione del senso – si possono interpretare le cristallizzazioni stilistiche degli spazi abbandonati delle metropoli soggetti ad occupazione e recupero, laddove il mantenimento di architetture (seppur talvolta rivisitate) può diventare un modo per difendere luoghi di significato e ricostruire comunità che vi si riconoscono.

Senza negare l’anima dei tanti movimenti ambientalisti, che spesso preferiscono dirsi ispirati da finalità meramente pratiche piuttosto che da precise posizioni ideologiche, non possiamo non sottolineare la valenza dirompente, sul piano socio-politico, di queste forme di attivismo.