Antropocene è una parola sintetica usata per descrivere un fenomeno ritenuto dai più assai recente. Tuttavia, coloro che sono avvezzi allo studio della storia sanno che il processo di alterazione del pianeta da parte del genere umano getta le sue radici in un passato ben più remoto.
Nella Cina della dinastia Qin (III sec. a.C.) era diffuso l’adagio secondo cui l’imperatore aveva soffiato al vento il potere di scolpire le montagne. Ed era vero, soprattutto se consideriamo che proprio in questa epoca cominciavano i secolari lavori per la costruzione della Muraglia.
Possiamo in realtà spingerci ancora più indietro nel tempo e pensare, per esempio, alla regina Hatshepsut che fece scavare nella roccia uno dei complessi più grandiosi dell’architettura egizia. O ancora, agli ingegnosi greci che volevano addirittura tagliare la terra a Corinto (anche se alla fine dovettero desistere e accontentarsi di una strada).

Ci sono, insomma, decine e decine di istanze che potrebbero essere addotte per dimostrare come l’Antropocene, il modellamento del pianeta a immagine dell’uomo, sia cominciato in realtà molto prima delle Rivoluzioni Industriali. E tuttavia, oltre il dato “geologico”, una differenza resta cruciale: la prospettiva capovolta attraverso cui l’uomo del tempo antico guardava alla Terra.
Nel seme delle culture indoeuropee c’era un rispetto assiomatico e una regola incontrovertibile che governava il rapporto fra l’uomo e l’ambiente.
Il rex dei romani (come il raj– degli indiani o il –rix dei celti) era investito di questo potere perché, unico, poteva manipolare la terra dividendone i confini. E, ancor più, tanto potente era l’idea della Terra che il suo vero nome doveva sovente restare nascosto: nei contorti rami delle lingue indoeuropee si perse infatti ben presto il nome comune per chiamare la “Terra”. Ogni cultura si è poi arrangiata come ha potuto trovando spesso eufemismi efficaci per descrivere il concetto; cosicché noi diciamo “Terra” perché nell’antichissima origine delle lingue italiche il termine voleva semplicemente significare “posto secco, dove non c’è acqua” (dalla radice *ters; si pensi al moderno inglese dove thirst, stessa radice, significa propriamente “assenza acqua” > sete).

La differenza è semplice: nel mondo antico l’uomo percepiva chiaramente di appartenere alla Terra (e infatti il latino homo – da cui il nostro “uomo”- dipende da un’antica radice usata per identificare il suolo. Homo è dunque propriamente “di terra”). Noialtri, invece, riteniamo il pianeta nostro possesso più o meno esclusivo.
Un uomo di quell’epoca definirebbe il nostro approccio con l’ambiente un atteggiamento disastroso. C’è infatti  un orrore profondissimo e costante comune a tutto il mondo classico: la contaminazione della Terra. Scriveva Virgilio alla fine del primo Libro delle Georgice, indicando un orrifico prodigio:

E di certo verrà il tempo in cui l’agricoltore, lavorando la terra di quei luoghi con l’aratro ricurvo, troverà aste corrose dalla scabra ruggine o batterà coi pesanti rastrelli su elmi vuoti, e si meraviglierà per il gran numero di ossa nei sepolcri scoperti.

Era diritto dell’uomo esercitare la sua forza creatrice sull’ambiente che lo circondava, ma entro limiti precisi. Il cuore del pianeta doveva restare pulito, scevro di memorie umane: pena un prezzo altissimo per gli uomini. Qui di seguito l’oracolo di una veggente etrusca profferito probabilmente nel I sec. a.C., in un momento in cui il disordine della Repubblica Romana aveva temporaneamente sovvertito il rapporto religioso fra l’uomo antico e i confini della Terra.


Anthropocene is a synthetic word used to describe a phenomenon thought to be recent. However, people accustomed to the study of history know that this process lays its foundations in a far-flung past.
During the Qin dynasty in China, a popular adage told that the emperor had stolen to the wind the power of polishing mountains. It was true indeed, if we think that the works for the Great Wall started in this very epoch. 
We can pull ourselves even more faraway in the past and recall how queen Hatshepsut had her lofty temple excavated inside the rocks of the ancient Egypt. 

Therefore, we can quote numerous instances able to demonstrate that the Anthropocene started well before the Industrial Revolutions. Yet, beside the “geological” data, a difference remains crucial: the inverse perspective by which humans of the ancient time watched at the Earth.
Inside the seed of the Indoeuropean cultures, there was an axiomatic deference and an unquestionable law that ruled the relationship between humans and the environment.
The roman rex (as the indian raj- or the celtic -rix) was appointed with this great power for it was only him the one allowed to manipulate the earth by defining its borders.
Moreover, so powerful was the idea of “Earth” that its true name had to stay hidden.
In fact, among the twisted branches of the Indoeuropen tree a common word for Earth is missed. Every limb had to sort out an euphemistic way to describe the context. Latin speakers call the Earth “Terra” because in the remote origin of italic languages this word meant “dry place, where water is absent” (form the root *ters-; It could be also noticed that the modern english thirst, belonging to the same root, means properly “without water”).     

The difference is thus easy to grab: in the ancient world humans thought themselves as a belonging of the Earth. On the contrary, we do think that the Planet is our exclusive possession. A man of the classic era would probably define our approach to the environment a disastrous attitude. In fact, a rooted dread of the ancient world was the contamination of the earth. As Virgil wrote in the first book of the Georgics:

Ay, and the time will come when there anigh,/ Heaving the earth up with his curved plough, /Some swain will light on javelins by foul rust/ Corroded, or with ponderous harrow strike/ On empty helmets, while he gapes to see/ Bones as of giants from the trench untombed.

Of course the mankind had right to employ its creative force on the environment. Hoverer, the heart of the planet had to remain clean, free of human memoirs. Any violation would mean disaster. Here follows an excerpt of the Vegoia Prophecy foretold during the I century b.C. by an Etruscan Oracle.

Profezia di Vegoia (I /II sec. a.C.)

Tum etiam terra a tempestatibus uel turbinibus plerumque labe mouebitur. Fructus saepe ledentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur. Multae dissensiones in populo. Fieri haec scitote, cum talia scelera committuntur. Propterea neque fallax neque bilinguis sis. Disciplinam pone in corde tuo.


Allora anche la terra da bufere e cicloni e frequenti frane sarà scrollata. E i raccolti spesso saranno guasti e atterrati dalle piogge e dalla grandine, arsi dalla canicola e distrutti dalla ruggine. E molte le discordie civili. Sappi che questo accade quando tali delitti si commettono. Perciò non essere ingannatore e la tua lingua non sia biforcuta. Riponi questo insegnamento nel tuo cuore.


Then even the land will be shaken by storms or whirlwinds and many landslips. The crops will be frequently laid low and cut down by rain and hail, they will perish in the heat of the summer, they will be killed off by blight. There will be civil strife amongst the people. Know that these things happen, when such crimes are committed. Therefore do not be either a deceitful or treacherous. Place restraint in your heart.