umbertoeco-654x404In tempi di nuovi muri e nuove trincee, risultano illuminanti le seguenti riflessioni di Umberto Eco sul concetto di “confine”, apparse il 17 dicembre 2000 nell’inserto Domenica del Sole24Ore.

Questo è il nostro modo per ricordarlo.


La fine del confine di Umberto Eco

«Est modus in rebus: sunt certi denique fines / quos ultra citraque nequit consistere recto»

Questi versi di Orazio possono essere assunti come una massima di comportamento, e tali certamente sono, ma anche in quanto tali sono meno ovvi di quanto sembri. Infatti, per dire che l’ideale etico è tenersi entro ragionevoli confini, occorre avere una nozione di confine, come di qualcosa che non è bene oltrepassare. É su questa nozione che si fonda la civiltà latina.
La mentalità latina è ossessionata dal confine, e questa angoscia nasce col mito della fondazione: Romolo traccia un confine e uccide il fratello perché non lo rispetta. Se non si riconosce un confine oltre, o al di qua del quale non è lecito andare, non può esserci civitas, né cultura.
I greci conoscono la polis, ma le città della Grecia sono molte. L’etnia ellenica ha i confini mobili di una lingua frantumata in vari dialetti. I barbari iniziano là dove non si parla più in greco. Il linguaggio determina l’identità. Per il romano invece Roma è tutto ciò a cui è stata conferita una definizione politica (finis) romana, e i barbari iniziano là dove non ci sono più cives romani. La lingua latina viene imposta come sigillo politico di un ordine “voluto”, non trovato, ma l’intellettuale romano può anche permettersi di parlare in greco. L’unità e l’identità sono un prodotto giuridico. Roma è un sistema di leggi che agiscono entro certi confini, la cittadinanza romana è un privilegio per chi assume certi impegni e si avvantaggia di certi diritti, purché sia nato entro certe frontiere. (…)
Potremmo accusare i romani di ipocrisia perché, così rigorosi quando il confine è il loro (e passandolo si entra nel loro territorio), lo erano assai meno quando il confine era degli altri. Ma non credo si possa ragionare in questi termini: gli altri erano sempre e comunque barbari, e dunque non avevano confini. Il problema non era quello di superare i confini degli altri, bensì di allargare la cerchia dell’unico confine ritualmente e giuridicamente stabilito, il loro. Ed ecco che con questo si stabilisce un principio che governerà tutta la storia dell’Occidente, anche quando questo si espande verso altri continenti. Il confine sacro è sempre il proprio, e quello a cui talora gli altri si appellano è sempre pretestuoso o illegale. I Conquistadores spagnoli non si ponevano il problema se Montezuma avesse dei confini, né se lo ponevano i discendenti dei Padri Pellegrini che procedevano via via sempre più a ovest, nelle terre di tribù che non si erano preoccupate di tracciare confini e anche per questo erano considerate primitive. Vedete con quale prudente rispetto, sia pure a denti stretti, ma salvando sempre le forme, le potenze europee si comportano con la Cina, che i confini li ha persino segnati con una grande muraglia.
La colonizzazione dell’Africa traccia confini, talora disegnati con squadra e compasso, là dove esistevano solo differenze tribali. Quanto all’Europa, la sua storia è quella di lotte per un’unificazione al termine della quale viene tracciato un confine, che viene continuamente violato nel caso di una guerra. La guerra viene iniziata perché si sostiene che certi territori appartengono ai propri confini naturali, segnati da fiumi o da montagne e si riconosce l’illecito confine altrui solo nel momento in cui ci si gloria di averlo finalmente violato. Ma, non appena ottenuta la vittoria, non solo la prima cosa che si fa è tracciare il nuovo confine, ma anche disconoscere le barriere naturali e annettersi territori più o meno irredenti che stanno al di là del corso d’acqua o della catena montana. Da cui materia per nuovi irredentismi.
Gli imperatori orientali del passato si vantavano di governare su territori immensi di cui non si conoscevano i confini. La lettera del mitico prete Gianni al basileo di Bisanzio, lasciando intravedere l’esistenza di un regno cristiano oltre le terre degli infedeli, afferma: . Per i monarchi europei il segno del possesso era invece dato dalla precisione dei confini, salvo che si facevano disegnare carte tali che, per la proiezione che adottavano, facevano apparire il loro regno più grande di quelli altrui.
L’economia era basata sui confini doganali, l’unificazione di un Paese prevedeva la distruzione di confini doganali tra regione e regione. Il confine non aveva nulla a che fare con l’identità etnica (talora presa a pretesto), l’Europa ha accettato che si parli tedesco in tre Paesi, francese in quattro, e all’interno dello stesso confine ha posto popoli che parlavano basco, castigliano, catalano e galiziano, oppure francese, tedesco, italiano e romancio, oppure francese e provenzale, o ancora inglese e gaelico per non dire dei confini sovietici dopo Yalta. Lunghe e secolari lotte all’insegna della nazione, della lingua o della razza, erano di fatto determinate da ambizioni di confine.
Talora la nozione di confine (politico) è stata così ossessiva da far erigere un muro all’interno della stessa città, per stabilire chi stava di qua e chi stava di là. E, almeno per i tedeschi dell’Est, superare il confine li esponeva alla stessa pena inflitta al mitico Remo.
É stata proprio la caduta di questo muro, insieme a una serie di fenomeni concomitanti che politici non erano, bensì tecnologici, a portarci alla crisi attuale della nozione di confine. Una delle principali preoccupazioni di chi tracciava un confine era, nonostante le differenze etniche, imporre in tutte le terre entro il limes la stessa lingua. Tale era la preoccupazione dell’abbé Gregoire al sorgere di quella idea di patria che si era affermata attraverso la Rivoluzione francese. Talora il confine assicurava la diffusione di una cultura comune, talora serviva da filtro contro le seduzioni della cultura altrui. Il fascismo, nel pretendere entro i propri confini (come i più anziani di noi cantavano a scuola), cercava di proteggersi contro la corruzione culturale dei “cugini bastardi” francesi, e degli stramaledetti inglesi, popolo dai cinque pasti, bandendo ogni manifestazione di esterofilia, dal terribile “lei” (e non si capisce perché, visto che erano proprio inglesi e francesi a usare il “voi” ma allora chi comandava non sapeva le lingue) a parole come cocktail, chauffeur, bar, goal (curiosamente tutte sono sopravvissute, meno chauffeur, che ha ceduto il posto all’arcaico e improponibile autista, segno che le lingue vanno come vogliono loro).
Ebbene, è bastata la diffusione della televisione perché albanesi e tunisini parlassero italiano (là dove il re d’Italia e Albania non ci era riuscito), e i tedeschi dell’Est elaborassero la propria concezione dell’agio e della bellezza sugli squallidi soggiorni da vendita televisiva in cui si muoveva soddisfatto, scavalcando cadaveri altrettanto soddisfatti, l’ispettore Derrick. E d’altra parte è stato detto a sufficienza che là dove i nostri grandi non erano riusciti a fare che gli italiani da Vipiteno a Trapani parlassero la stessa lingua, ci è riuscito Mike Bongiorno.
Forse aveva ancora senso parlare di confine dopo questi fenomeni, anche se di lì stava partendo la grande corrente migratoria che tra qualche decennio renderà definitivamente obsoleto ogni confine geopolitico. Ma in coda alla televisione (venenum! e con l’invenzione di qualche chip) è arrivato il virtuale.
Oggi una città della Pomerania può gemellarsi con un centro dell’Estremadura, trovando on line interessi comuni, e commerciando al di là delle autostrade, che passano ancora le frontiere. Oggi, sotto inarrestabile ondata migratoria, che gli sciocchi si illudono ancora che sia un fenomeno di immigrazione incontrollata, sarà sempre più facile per una comunità musulmana di Gibilterra unirsi a una comunità musulmana di Tallin e se non è ancora avvenuto, avverrà, state tranquilli.
Bisogna distinguere il concetto di immigrazione da quello di migrazione. Si ha immigrazione quando alcuni individui (anche molti, ma in misura statisticamente irrilevante rispetto al ceppo di origine) si trasferiscono da un Paese all’altro (come gli italiani o gli irlandesi in America, o i turchi oggi in Germania). I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati, incoraggiati, programmati o accettati.
Non così accade con le migrazioni. Violente o pacifiche che esse siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Si ha migrazione quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e non è rilevante quanti rimangano nel territorio originale, ma in che misura i migranti cambino radicalmente la cultura del territorio in cui hanno migrato). Ci sono state grandi migrazioni da est a ovest, nel corso delle quali i popoli del Caucaso hanno mutato cultura ed eredità biologica dei nativi. Ci sono state le migrazioni di popoli cosiddetti barbarici che hanno invaso l’Impero romano e hanno creato nuovi regni e nuove culture dette appunto romano-barbariche o romano-germaniche. C’è stata la migrazione europea verso il continente americano, da un lato dalle coste dell’Est via via sino alla California, dall’altro dalle isole caraibiche e dal Messico sino all’estremo del Cono Sur. Anche se è stata in parte politicamente programmata, parlo di migrazione perché non è che i bianchi provenienti dall’Europa abbiano assunto i costumi e la cultura dei nativi; essi hanno fondato una nuova civiltà a cui persino i nativi (quelli sopravvissuti) si sono adattati.
Ci sono state migrazioni interrotte, come quella dei popoli di origine araba sino alla penisola iberica. Ci sono state forme di migrazione programmata e parziale, ma non per questo meno influente, come quella degli europei verso est e verso sud (da cui la nascita delle nazioni dette postcoloniali), dove i migranti hanno pur tuttavia cambiato la cultura delle popolazioni autoctone. Mi pare che non si sia fatta sinora una fenomenologia dei diversi tipi di migrazione, ma certo le migrazioni sono diverse dalle immigrazioni. Si ha solo immigrazione quando gli immigrati (ammessi secondo decisioni politiche) accettano in gran parte i costumi del Paese in cui immigrano, e si ha migrazione quando i migranti (che nessuno può arrestare ai confini) trasformano radicalmente la cultura del territorio in cui migrano.
Noi oggi, dopo un XIX secolo pieno di immigranti, ci troviamo di fronte a fenomeni incerti. Oggi – in un clima di grande mobilità – è molto difficile dire se certi fenomeni sono di immigrazione o di migrazione. C’è certamente un flusso inarrestabile da sud verso nord (gli africani o i mediorientali verso l’Europa), gli indiani dell’India hanno invaso l’Africa e le isole del Pacifico, i cinesi sono ovunque, i giapponesi sono presenti con le loro organizzazioni industriali ed economiche anche quando non si spostano fisicamente in modo massiccio.
É possibile ormai distinguere immigrazione da migrazione quando il pianeta intero sta diventando il territorio di spostamenti incrociati. Credo sia possibile: come ho detto, le immigrazioni sono controllabili politicamente, le migrazioni no, sono come i fenomeni naturali. Sino a che vi è immigrazione i popoli possono sperare di tenere gli immigrati in un ghetto, affinché non si mescolino con i nativi. Quando c’è migrazione non ci sono più ghetti, e il meticciato è incontrollabile.
Il Terzo Mondo sta bussando alle porte dell’Europa, e vi entra anche se l’Europa non è d’accordo. Il problema non è più decidere (come i politici fanno finta di credere) se si ammetteranno a Parigi studentesse con il chador o quante moschee si debbano erigere a Roma. Il problema è che nel prossimo millennio (e siccome non sono un profeta non so specificare la data) l’Europa sarà un continente multirazziale, o se preferite, colorato.
Questo confronto (o scontro) di culture potrà avere esiti sanguinosi, e sono convinto che in una certa misura li avrà, saranno ineliminabili e dureranno a lungo. Però, i razzisti dovrebbero essere (in teoria) una razza in via di estinzione, come i dinosauri. É esistito un patrizio romano che non riusciva a sopportare che diventassero cives romani anche i galli, o i sarmati, o gli ebrei come San Paolo, e che potesse salire al soglio imperiale un africano, come è infine accaduto. Di questo patrizio ci siamo dimenticati, è stato sconfitto dalla Storia. La civiltà romana, nei secoli dopo Cristo, era diventata una civiltà di meticci. I razzisti diranno che è per questo che si è dissolta, ma ci sono voluti cinquecento anni e mi pare uno spazio di tempo che consente anche a noi di fare progetti per il futuro.