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Il lavoro, al giorno d’oggi, è solamente una forma di sostentamento. Ma, in passato, fu più una personale maniera d’esprimersi attraverso le proprie mani o la propria ingegnosità. Inoltre, è stato per lungo tempo una certezza o continuità: quasi un bene ereditario; dalle mani del padre a quelle del figlio. Oggi, invece, il lavoro sicuro è una chimerica ambizione.

Per tutti questi motivi, e per la sopravvivenza stessa, il legame d’amore e dedizione tra lavoratore e lavoro si sta sempre più spezzando, a favore di un impiego qualunque atto a procurarci denaro. Ma se si vuol fare bene e vivere più che dignitosamente, è necessario un tempo lavorativo scandito da qualità e cura; bisogna che la professione diventi uno strumento capace di inserirsi delicatamente nella quotidianità (non occupando più del tempo dovuto) e che si faccia specchio lindo in cui il lavoratore ha piacere di guardarsi.

Ogni lavoro dovrebbe primariamente migliorarci la vita e, al contrario di quanto accade attualmente (se non ad eccezione di pochi privilegiati), farci esperire la pazienza, la cura dei dettagli, l’operosità, il raggiungimento giornaliero di un obiettivo, il senso di appartenenza e di ‘utilità’ nei confronti della società-mondo, e così via. Insomma, un dovere delizioso e didattico, poiché chi ben lavora, molto impara.

Puntualmente, però, si insinuano i nuovi ‘principi di produzione’: non più espressione del sé, il dis-velarsi delle proprie doti, ma il lavoro come ‘unica scappatoia’, in quanto obbligo e quasi sostituzione della quotidianità, della reale vita.

Nell’ambiente odierno, si preferisce (più per necessità che per scelta) il venir meno del tempo libero a favore del maggior guadagno: passaggio dal tempo libero al tempo occupato (dal lavoro, ça va sans dire). Il tutto a scapito della qualità della vita, della pazienza umana e, ancor più volte, del nostro buon umore.

Non ci si sente più lavoratori soddisfatti, compiaciuti, bensì servi per il denaro. Si accetta, sempre più spesso, un qualsiasi lavoro pur di averne uno, per non restare senza. Ma, solitamente, come va a finire un matrimonio con una donna qualunque, che non si ama ma si sposa ‘solo per avere qualcuno da amare’, o per paura di restare soli? L’indegna conclusione è quasi sempre il divorzio, la rottura del legame (un rapporto iniziato per motivi certamente errati o, comunque, non saldi). Nello sposalizio col lavoro, la conclusione è l’alienamento da quest’ultimo (e non ultimo da se stessi). Tutto è sempre più automatico e meno umano (quasi letteralmente, dato l’incremento delle tecnologie ‘autonome’, macchinari dotati di Intelligenza Artificiale); l’uomo-lavoratore percepisce, con frustrazione, il suo essere sostituibile, non unico o indispensabile.

A parer mio, la soluzione sta nell’equilibrio: giuste dosi di tempo lavorativo e tempo libero. A parer di un grande poeta, Hölderlin: ‘I mortali vivono di guadagno e lavoro: alternando la fatica al riposo, tutto è lieto‘.

Lo Cicero Rosa


Employment, nowadays, is just a form of sustenance. But, in the past, it was a more personal way of expressing ourselves by means of our own hands or our ingenuity. What’s more, for a long time, it has been a certainty or something continuous: almost an inheritance, from a father’s hands to a son’s ones.  These days, conversely, a guaranteed job is just a delusion rather than an ambition.

For all these reasons, and for human survival itself, the bond made of love and dedication between a worker and his/her work is cracking more and more, fostering the acceptance of a featureless and random employment that just can bear fruit. Tasteless fruit though. But if we want to work well and live in a more than fair way, it’s essential a working time marked by quality and care; it’s necessary that our profession becomes a vehicle capable of gently inserting itself  into everyday life (that wouldn’t be taken up by it) and a well-scrubbed mirror that reflects the personality of the worker, so it’s a pleasure and satisfaction to look (his or her self-image) in it.

First and foremost, every job should improve our lives and, differently from the current situation (except for the same old privileged ones), it should lead us to try some valuables out: patience, attention to details, industry and craft, the daily achievement of a goal, sense of membership and of feeling ‘useful’ or part  of the world and its society as it has been organized. Therefore, a delightful and educational duty, since who works well, learns a lot.

But here they go again, the same old new ‘production principles’ duly worm their way in: employment isn’t expression of the self, it’s not the unfolding of our own skills, but the only escape or ‘easy’ way out, a forced replacement of real ordinary life.

In the prevailing working environment, lack or decrease of leisure hours is ‘preferred’ in favor of a bigger profit: it’s the transfer from free to taken up time (by working, that goes without saying). To the detriment of life quality, human fortitude and our good state of mind.

So we, as workers, can’t feel satisfied or pleased anymore, but rather servants for money. More and more frequently, we accept a random job just to have one, just to not live without it and as an unemployed person.  However, how does a marriage to any unloved woman (married just to have someone to love, just for fear of loneliness) usually finish? The unworthy conclusion is almost always a divorce, a rift in the bond ( a relationship started from erroneous reasons and based on unstable bases). Being married and devoted to a job like that leads to alienation from the job itself and, not least, from ourselves. Things are getting more and more automatic, less and less human (literally, if we consider the increase in employing ‘independent’ technologies, machines provided with AI); the hu-man worker detects, with dissatisfaction, his/her being replaceable, not distinct or needed.

In my view, the solution to all this resides in balance: fair doses of working time and free time. In Hölderlin’s view: ‘’ The mortal lives on earnings and work: alternating strain to rest, everything is cheerful.’’

Lo Cicero Rosa