Tra le notizie principali di giorno 11 febbraio 2015, desta un certo sgomento, e perché no, un vero e  proprio senso di terrore, la notizia che tra le file dell’ISIS figuri anche un italiano. Si tratterebbe di un hacker filo-jihadista, probabilmente tra i più fedeli dello Stato Islamico. Risiederebbe con ogni probabilità all’estero e il suo ruolo consisterebbe nella propaganda.

Certamente la notizia genera timore e stordimento: com’è possibile che un popolo civile come quello italiano possa aver generato un individuo in grado non solo di simpatizzare, ma addirittura di fornire un aiuto pratico ad organizzazioni islamiche anti-occidentali, guidate da principi intolleranti e da strategie di violenza?

Non capisco esattamente cosa faccia notizia in questa notizia. Mi spiego meglio: cosa ci sconvolge nel sentire una notizia del genere? Cosa la rende, appunto, una notizia? Il fatto che si tratti di un nostro conterraneo o il fatto che appartenga ad un popolo che nell’immaginario collettivo dovrebbe essere un faro di civiltà?

Ciò che più mi è insopportabile dei fenomeni mediatici è il servile assoggettamento ai gusti degli spettatori, la tendenza a condannare all’oblio i fenomeni che non fanno più notizia, anche se più gravi. L’unico metro di giudizio è il gradimento delle masse.

Ecco che se vi dicessi che in una certa città – chiamiamola Catania –  esiste un componente dell’ISIS, la notizia (non importa se vera o falsa, esatta o vaga) starebbe sulle prime pagine dei quotidiani per circa due settimane; viceversa la notizia che nella stessa città esistano migliaia di persone che non sanno che farsene delle leggi dello Stato italiano – e che pertanto si definiscono italiani solo per pura casualità storica – rispettando invece l’ordine giuridico mafioso, questa non solo non sarebbe pubblicata da nessuno in quanto non-notizia, ma susciterebbe forse anche reazioni oscillanti tra l’indifferenza e l’ilarità.

Eppure non occorre Zenone per svelare il paradosso: se ci indigniamo che UN italiano si arruoli nell’ISIS (perché “non ce lo saremmo mai aspettati da lui!”), perché allora non ci indigniamo se MIGLIAIA di italiani si caratterizzano ancora per intolleranza, aggressività verbale e fisica, imposizione violenta del proprio pensiero e persecuzione di finalità economiche senza scrupolo?

E’ chiaro che per gli accaniti tifosi delle dietrologie (alcune delle quali talmente arzigogolate da meritare una rubrica a parte sulla Settimana Enigmistica), i media pilotano sapientemente le notizie per manipolare consensi. La verità non è così semplice: i media sono piuttosto un termometro della realtà. Si limitano a seguire i gusti ed eseguire gli ordini. Non si può attribuire ad un Quotidiano la mancanza di indignazione verso realtà tanto assurde quanto lampanti. Non si può giustificare il cittadino medio per non essersi accorto dell’incompatibilità giurisdizionale fra un italiano e un mafioso, solo per il fatto che il telegiornale X non gliel’ha mai fatto notare. Piuttosto il meccanismo è inverso: dall’indifferenza collettiva nasce l’indifferenza mediatica. Nessun giornale parlerà di un problema prima della nascita del problema stesso, e nessun problema potrà mai nascere se nessuno lo reputerà tale.