L’ode numero 7 del libro IV dei Carmina fu composta da Orazio in età avanzata.  L’inesorabile avvicendarsi dei tempi e delle stagioni descritto, conferisce un tono cupo all’intera composizione. Gli echi epicurei del carpe diem cantato precedentemente (Carmina I, 11) sembrano stemperarsi. Eppure l’invito è sempre quello: vivi il presente, sii te stesso, non cercare vanamente l’immortalità in ciò che possiedi. E’ questo il messaggio che Orazio manda a Torquato, celebre avvocato di nobili origini, cui l’Ode è appunto diretta. O forse, come spesso accade, è il messaggio che implicitamente Orazio rivolge a sé stesso, per non dimenticare – lui ormai consapevole di aver eretto con la sua poesia un monumentum aere perennius – il destino comune che attende gli umani.


Diffugere nives, redeunt iam gramina campisorazio
arboribusque comae;
mutat terra vices et decrescentia ripas
flumina praetereunt;

Gratia cum Nymphis geminisque sororibus audet
ducere nuda choros.
immortalia ne speres, monet annus et almum
quae rapit hora diem.

Frigora mitescunt Zephyris, ver proterit aestas
interitura, simul
pomifer autumnus fruges effuderit, et mox
bruma recurrit iners.

Damna tamen celeres reparant caelestia lunae;
Nos ubi decidimus,
quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus,
pulvis et umbra sumus.

Quis scit an adiciant hodiernae crastina summae
tempora di superi?
Cuncta manus avidas fugient heredis, amico
quae dederis animo.

Cum semel occideris et de te splendida Minos
fecerit arbitria,
non, Torquate, genus, non te facundia, non te
restituet pietas;

infernis neque enim tenebris Diana pudicum
liberat Hippolytum,
nec Lethaea valet Theseus abrumpere caro
vincula Pirithoo.

Quintus Horatius Flaccus


Dissolvono le nevi, ritorna già l’erba sui campi
e agli alberi le chiome
muta volto la terra, ristretti fra le rive
scorrono i fiumi.
 
Osa la Grazia, con le Ninfe e le sorelle,
nuda condurre le danze.
Dissipano ogni speranza immortale, l’anno e le ore
che fugano i giorni fecondi.
 
Gli zefiri mitigano i freddi, cede la primavera all’estate
che presto svanirà, quando
l’autunno avrà dato i suoi frutti e già
inerte ritorna l’inverno.
 
Ma se i danni del cielo li riparano rapide lune
quando noi precipitiamo
là dov’è il padre Enea, il ricco Tullio e Anco
polvere ed ombra restiamo.
 
Chi lo sa se gli dei doneranno al tuo oggi
il tempo di un domani?
Tra le mani bramose di un erede,
svanirà ciò che in cuore custodivi.
 
Quando morto sarai e Minosse avrà emesso
per te la sua chiara sentenza
né la stirpe, o Torquato, né facondia o pietà
ti potranno ridare la vita;
 
neanche Diana dalle infere tenebre liberò
il pudico Ippolito
né Teseo può strappare il suo caro Piritoo
alle lètee catene.

(traduzione libera di R. Ricceri)


The snows are fled away, leaves on the shaws
And grasses in the mead renew their birth,
The river to the river-bed withdraws,
And altered is the fashion of the earth.

The Nymphs and Graces three put off their fear
And unapparelled in the woodland play.
The swift hour and the brief prime of the year
Say to the soul, Thou wast not born for aye.

Thaw follows frost; hard on the heel of spring
Treads summer sure to die, for hard on hers
Comes autumn with his apples scattering;
Then back to wintertide, when nothing stirs.

But oh, whate’er the sky-led seasons mar,
Moon upon moon rebuilds it with her beams;
Come we where Tullus and where Ancus are
And good Aeneas, we are dust and dreams.

Torquatus, if the gods in heaven shall add
The morrow to the day, what tongue has told?
Feast then thy heart, for what thy heart has had
The fingers of no heir will ever hold.

When thou descendest once the shades among,
The stern assize and equal judgment o’er,
Not thy long lineage nor thy golden tongue,
No, nor thy righteousness, shall friend thee more.

Night holds Hippolytus the pure of stain,
Diana steads him nothing, he must stay;
And Theseus leaves Pirithous in the chain
The love of comrades cannot take away.

(translation by A. E. Housman)